Le meraviglie del maka

(Colonna sonora obbligatoria:)

La trap, ormai ben stabilitasi in Italia, è probabimente il genere musicale che farà da marchio generazionale per gli adolescenti di oggi

mi spiace ragazzi, è fatta

(il che, mettendo in conto che noi ci siamo beccati gli 883 e Gigi D’Ag non è poi così male).

Sì, vale anche per i dissociati che si sono sfondati di black metal e rap.

Come è lecito aspettarsi da un genere musicale nato tra gli appartamenti abbandonati dove si sintetizza e si spaccia droga, l’uso di stupefacenti è un motivo costante nei testi delle canzoni trap, come pure aleggia continuamente nell’immagine di sé che danno i trapper. La cosa interessante è che fra le icone della trap italiana è entrato di prepotenza

perlopiù in maniera finemente sottintesa, come nella “Sciroppo” che spero stiate ascoltando

il purple drank, un beverone fatto con ghiaccio, Sprite e sciroppo per la tosse che contiene codeina; il risultato è il “succo rosa”, onnipresente nei testi di Sfera Ebbasta, Capo Plaza, Drefgold e colleghi. Agevolo:

Ok, bisogna ammettere che esteticamente è piuttosto figo.

Parentesi storica

Se, come è normale, non ve ne frega niente delle varie formulazioni del purple drank fra gli hippoppari degli anni ’90 a Houston, saltate pure al prossimo paragrafo.

Definire chimicamente il contenuto del purple drank è complicato dal fatto che le sostanza contenute variano a seconda degli sciroppi usati. L’uso della miscela origina nelle comunità hip-hop di Houston dei primi anni ’90, agli albori della trap: lo sciroppo utilizzato per il purple drank (o “lean”, o “sizzurp” – pronunciato più o meno “sìzarp”, nello slang statunitense) conteneva, oltre alla codeina, un altro principio attivo, la prometazina.

La prometazina è un antistaminico, ma in più è un forte sedativo ed è pure moderatamente antipsicotico…  in alte dosi (e indovina un po’ a che dosi si mette lo sciroppo, nel lean?), però, oltre ai forti effetti sedativi dà anche delle sgradevoli allucinazioni: stando agli utilizzatori, si vedono ombre agli angoli del campo visivo, si cominciano a sentire voci che sussurrano il proprio nome… roba brutta.

Un’altra formulazione piuttosto diffusa usa uno sciroppo che non contiene prometazina né codeina, ma il destrometorfano. Questo invece dà effetti dissociativi – in pratica, distorsioni di immagini e suoni, oltre ad un senso di leggerezza e di distacco dalla realtà.

Ah, il lean “tradizionale” viene preparato in un bicchiere di polistirene, con ghiaccio e aggiunta di alcune caramelle dure allo zucchero che, unite alla Mountain Dew (un analogo della nostra Sprite, via) danno una “botta” di dolce ad ogni sorso.
Oh, le tradizioni sono tradizioni.

Il maka

In realtà, il lean che si beveva nel Texas di venticinque anni fa c’entra fino ad un certo punto col “maka” continuamente nominato dai trapper italiani contemporanei, checché ne dicano gli hashtag di Instagram. Siccome la droga di strada viene preparata un po’ con quello che si ha a disposizione, dalle nostre parti la componente attiva dell’amabile bibitone rosa è data da un altro sciroppo, il Makatussin Comp.

Sciroppo
Che ha questa faccia qui
Ed ecco spiegato il nome “maka”, direi.

Il Makatussin Comp. contiene una buona quantità di codeina, oltre ad un altro principio attivo, la difenidramina. “Parente” della prometazina che si trova negli sciroppi statunitensi, il principale effetto collaterale grave dell’abuso di difenidramina nel breve termine sono le difficoltà respiratorie. E questo è un problema.

La codeina

Perché le difficoltà respiratorie sono il marchio di fabbrica degli effetti collaterali della codeina; il che è piuttosto logico, visto si tratta di una molecola che blocca la tosse a livello del midollo allungato, la parte del cervello che controlla sciocchezzuole involontarie come il battito cardiaco e, appunto, la respirazione.

La codeina viene utilizzata come antidolorifico e, soprattutto, come antitussivo (il Makatussin viene venduto come sciroppo per la tosse) dall’estrema efficacia per la tosse secca cronica.

E  ci credo, ferma il riflesso della tosse direttamente nel cervello

Ma anche “stica” della tosse, se uno si beve il maka. Già, perché si assume la codeina?
È piuttosto semplice capirlo dando un’occhiata all’aspetto della molecola:

Oppiacei
Và come son professionale ad usare MarvinSketch, và

La codeina è, come tutti gli oppioidi, praticamente identica alla morfina, una parente decisamente famosa. L’unica differenza è quel “CH3-O-” rispetto all'”HO-” della morfina.

Tecnicamente sono un gruppo metossi ed un ossidrile, ma anche “sticazzi”

Non è una gran differenza, no? Ed infatti non lo è neanche per l’organismo che, una volta che la codeina è entrata in circolo, ne trasforma una parte in morfina. L’entità di questa “parte” varia: di solito è intorno al 10%, ma qui entra prepotentemente in gioco la variabilità individuale. Alcuni individui hanno un metabolismo particolarmente attivo nel trasformare la codeina in morfina,

E’ una trasformazione a carico del CYP2D6, ed alcuni individui sono “metabolizzatori ultrarapidi” tramite il 2D6. Qua lo “sticazzi” esplode ed illumina l’avvenire, proprio.

il che li mette particolarmente a rischio di intossicazione acuta da morfina (vedi sopra alla voce “difficoltà respiratorie”… moltiplicato per dieci), oppure ne aumenta le chances di diventare dipendenti dalla codeina.

Perché il problema principale, probabilmente, è questo. Come accennavo sopra, la codeina è un oppioide naturale, ed in tossicologia “oppioide” è (scientificamente parlando) sinonimo di “causa una dipendenza della madonna“. Dipendenza fisica, fra le più ostiche da risolvere… “eroina” dovrebbe rendere l’idea (magari una volta ne parliamo, anche perché l’eroina ha un meccanismo d’azione davvero interessante).

Comunque, mettendo un attimo da parte i possibili problemi, l’assunzione di dosi massicce di codeina provoca (come è intuibile) effetti simili a quelli della morfina: sedazione immediata che si traduce in senso di rilassatezza e di mente sgombra ed euforia, che aiuta a rafforzare l’insorgere della dipendenza. Gli effetti sono comunque abbastanza moderati, specie se rapportati alla pericolosità della sostanza.

Un caso di cronaca

Il mio interessamento per la trap (mentre scrivo questa riga sto ascoltando “Tran tran” di Sfera Ebbasta… tò, ve la metto)

ha fatto il giro opposto: non mi sono interessato al maka ascoltando la trap, ma ho iniziato ad ascoltarla dopo aver scoperto che ‘sta cosa degli sciroppi alla codeina ha fatto capolino anche in Italia, sull’onda del lifestyle mostrato dai trapper nostrani.

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Sciroppo sulla mia maglietta 🍼🍇

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Però è una cosa cui Dref allude sempre in maniera sottile, va detto.

Non si tratta di una novità assoluta: già a fine 2015 Dolcevita ne parlava, riprendendo un articolo de Il Giorno in cui veniva raccontato come, sfruttando il fatto che il Makatussin in Svizzera viene venduto senza ricetta medica, i ragazzi del Nord Italia (e Lombardia in particolare) avessero preso a fare dei “pellegrinaggi” verso le farmacie svizzere per procurarsi il maka. La cosa viene raccontata in un reportage della RSI di marzo 2016,

con dei contenuti interessanti ma che trovo pervaso di un moralismo difficile da sopportare, ve lo dico

che però si colloca già in un momento in cui l’allerta era stata lanciata e le farmacie avevano già smesso di vendere il Makatussin Comp. ai minorenni.

Qualche considerazione

Questa la situazione sino a due anni fa; ed oggi? Non ne ho idea. Spentosi il fiorire di articoli a seguito dell’articolo de Il Giorno la notizia non venne seguito dai giornali (ma posso sbagliare), però è difficile che la moda si sia spenta… anche perché la codeina dà una discreta dipendenza, come scrivevo sopra. Verso la fine di quel periodo ci fu un articolo piuttosto polemico di Noisey che accennava al fatto che i “pellegrinaggi” si fossero spostati verso la Francia, il che è totalmente probabile.

Ad oggi il Makatussin Comp. è sparito dall’elenco dei prodotti della farmaceutica Gebro Pharma, che lo produce e rivende, ma dubito sia sparito anche dalle farmacie. Comprendo il tono polemico di Noisey.  La circolare citata nel reportage dice testualmente:

Visto quanto precede, raccomando a tutti i farmacisti del Cantone di essere molto restrittivi nel dare seguito alle richieste di Makatussin sciroppo da parte di adolescenti che potrebbero rientrare nel contesto descritto.

Erhm… che significa, esattamente? Che un adolescente che non rientra nel “contesto descritto” può acquistare tranquillamente il Makatussin a casse? E chi lo decide se un adolescente rientra nel “contesto descritto”? In base a cosa?

Mah.

Personalmente trovo il maka una droga… veramente del cacchio. Ma proprio come rapporto costi/benefici, dico: a conti fatti, si tratta di un qualcosa che dà effetti molto moderati, a fronte di rischi pazzeschi, sia in termini di intossicazione acuta, sia di dipendenza fisica. A quel punto, voglio dire…

Ho provato anch’io la codeina, fa più una canna

Lo dice un trapper eh, non un chimico

Quanto è ignorante, ‘sto video? Fantastico.

La ciliegina sulla torta

Uh già, dimenticavo: ho parlato degli effetti da intossicazione acuta, ma non di quelli da utilizzo cronico – che sono piuttosto rilevanti, visto che iniziano a manifestarsi già dopo un mese di utilizzo. A parte cose come l’aumentato rischio di morte in generale (che vabbè, detta così non fa molto effetto), l’uso degli sciroppi a base di codeina intacca l’integrità della materia bianca del cervello a livello microstrutturale, il che porta a comportamenti impulsivi accentuati

adolescenti più impulsivi… sembra esattamente ciò di cui avevamo bisogno.

Infine… tutti gli oppiodi portano alla stipsi. E quando si smette, beh… è meglio tenersi l’agenda vuota per un paio di giorni, fra, perché l’organismo ci metterà un po’ ad abituarsi e, come dire… quei due giorni li passerai seduto sul cesso.

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19/01 Sciroppo ft. @sferaebbasta 🍼

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Ci avevate pensato, voi due? No che non ci avevate pensato.

E se l’universo volesse proprio trollarti, mentre sarai lì sopra ti piglierà pure un attacco di tosse.


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Di glifosato, cancro e sentenze giuridiche

San Francisco, venerdì 10 agosto. L’ex giardiniere quarantaseienne Dewayne Johnson

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che, purtroppo per lui, non è Dwayne Johnson

raccoglie in tribunale una vittoria storica: la giuria stabilisce che Bayer, il produttore dell’erbicida Roundup, è responsabile del cancro da cui l’uomo è affetto e condanna la multinazionale del farmaco a pagargli un risarcimento di 289 milioni di dollari. Bayer farà certamente ricorso, ma intanto si stima che sulla scia di questa sconfitta altre quattromila cause più o meno identiche siano pronte a partire.

Con ordine

Il Roundup è l’erbicida a base di glifosato, una molecola famosa per le controversie sulla sua supposta cancerogenicità.

Quando le agenzie hanno ribattuto la notizia della sentenza, è bastato qualche nanosecondo perché comparissero sui social (ma anche sui giornali – che mi guardo bene dal linkare) i proclami del tipo “il tribunale ha stabilito definitivamente che il glifosato è cancerogeno!!!11!!UNO!”, subito seguiti da quelli (scritti dai più studiati, ché sono cose di scienza) che lamentavano di come “una giuria scelta a caso ha deciso una verità scientifica per alzata di mano, è uno scandalo”.

Andiamo con calma, allora.

Monsanto/Bayer

Comincio con un chiarimento: parlo di “Bayer” e non di “Monsanto” perché l’azienda dell’agrobiotech è stata recentemente oggetto di un’acquisizione da parte dello storico leviatano tedesco della farmaceutica; l’anno scorso, l’Unione Europea fermò l’acquisizione, perché l’antitrust europeo aveva giusto giusto un paio di perplessità circa i problemi che dare vita alla “più grande società integrata del mondo di pesticidi e sementi” avrebbe creato… ma niente di che, perché all’inizio di questa primavera le resistenze sono venute meno e poco dopo è stato annunciato che il marchio Monsanto avrebbe smesso di esistere.
Siccome la sentenza di cui parliamo è del 10 agosto 2018 mentre la fusione si è conclusa il 7 giugno dello stesso anno, farò riferimento a “Bayer”, sebbene tutte le fonti parlino di “Monsanto”.

In questa storia, quindi, il “Golia” di turno è davvero perfetto per interpretare il ruolo della multinazionale del male degna di una distopia cyberpunk: diavolo, parliamo di una mostruosità barocca che faceva un netto di più di sette miliardi di euro PRIMA dell’acquisizione!

E che solo nel 2017 ha speso quattro miliardi e mezzo di euro in ricerca e sviluppo. Tre anni prima, l’Italia ne ha spesi poco meno di 6.7, però per tutta l’università.

Eh ma che bastarde, ‘ste Big Pharma.

Giusto per curiosità, fà vedere che posizioni aperte hanno, nel settore R&D…

Il glifosato

Come dicevo, il glifosato è il principio attivo del diserbante Roundup, l’erbicida più usato al mondo della storia umana, e di gran lunga.

Glyphosate-3D-balls
Per gli amici, N-(fosfonometil)glicina

Il Roundup è in commercio dal 1974; oltre al glifosato, contiene agenti che ne facilitano la penetrazione all’interno della pianta e l’adesione alla superificie fogliare. Il suo grande successo commerciale è dovuto al fatto che il glifosato è un eccellente erbicida aspecifico, nel senso che ammazza tutte le erbe con cui entra in contatto (o quasi, perché delle erbe resistenti le sviluppa anche lui) e ha due importanti vantaggi:

– agisce quando viene spruzzato sulle foglie
– uccide anche le radici ed eventuali fusti sotterranei (rizomi) delle piante

Poche altre sostanze sono controverse quanto il glifosato. Come spesso accade con i pesticidi di largo uso, le preoccupazioni si incentrano sul fatto che è facile che dei residui di erbicida siano ancora presenti sui cibi (e in effetti un report commissionato da Food Democracy Now! e The Detox Project ce li ha trovati) e che, una volta ingeriti, possano essere tossici o cancerogeni. Inoltre, l’introduzione delle sementi “Roundup Ready”, ossia di sementi geneticamente modificate per resistere al Roundup (sementi ovviamente brevettate da Monsanto), ha generato ondate di ostilità verso la multinazionale di rara portata.

Fare una panoramica completa sulle controversie cui il glifosato è andato incontro (e limitandosi a quelle tossicologiche) sarebbe materiale per una vera review

, che comunque chiunque troverebbe insopportabilmente noiosa

: qui mi limito a dire che già nel 2015 il glifosato fu il protagonista di una sorprendente controversia su scala internazionale, perché l’Iarc, l’agenzia dell’Oms per la ricerca sul cancro, pubblicò un parere in cui lo giudicò “probabilmente cancerogeno”. La sorpresa era dovuta al fatto che questa conclusione andava dalla parte opposta rispetto ad un parere dell’Efsa, l’agenzia europea per la sicurezza alimentare, e ad uno dell’Echa, quella per le sostanze chimiche; il parere dell’Efsa, tra l’altro, fu poi oggetto di una contestazione da parte di una novantina di scienziati, ma l’agenzia rispose pubblicamente rimanendo sulle proprie posizioni e difendendo la bontà dei metodi adottati. Due anni dopo sostenne anche che non ci sono prove né preoccupazioni che il glifosato alteri i meccanismi ormonali.

Ma aspetta, c’è un altro colpo di scena: un’inchiesta della Reuters fece emergere che lo Iarc, nel passare dalle bozze alla versione definitiva del proprio report, ne aveva fondamentalmente ribaltato le conclusioni, passando dall’escludere il ruolo del glifosato come cancerogeno renale per i topi al supporre che la responsabilità fosse proprio dell’erbicida. Lo Iarc non ha mai replicato.

Come che sia, l’anno scorso l’EU approvò l’uso del glifosato per altri cinque anni. Nel frattempo, nessuna prova che il diserbante sia cancerogeno è stata trovata, neppure fra i lavoratori agricoli (ad eccezione di una possibile correlazione col mieloma multiplo, comunque incerta). In alcune situazioni in cui gli agricoltori non usano i dispositivi di protezione e bevono acqua contaminata, il glifosato sembra avere un ruolo nel determinare una patologia renale cronica… ma in effetti non è molto sorprendente che se usi pochi vestiti e non ti proteggi mentre spruzzi diserbanti e bevi acqua contaminata tutti i giorni, poi starai male.

Insomma, trarre conclusioni è davvero difficile. Per esempio, uno studio brasiliano ha concluso che il glifosato causa problemi respiratori importanti ai girini della rana toro americana, ma questo non significa assolutamente nulla relativamente all’esposizione ed ingestione da parte degli esseri umani (però significa anche che le problematiche ecologiche legate ai pesticidi restano tutt’altro che trascurabili).

Il caso Johnson

E veniamo finalmente al caso di cronaca di questi giorni: Dewayne Johnson ha lavorato come giardiniere dal 2012, ed era addetto a spruzzare il Roundup, a volte anche per ore di seguito. Due anni dopo gli venne diagnosticato un linfoma non Hodgkin, che oggi è in stadio terminale e gli causa forti dolori.  Mentre scrivo, a Johnson restano probabilmente pochi mesi di vita, il che è un pensiero davvero molto doloroso. Per lui e la famiglia mi dispiace moltissimo, so cosa voglia dire vedere una persona non ancora cinquantenne dover morire a causa del cancro e, per quello che può valere, hanno i miei completi rispetto e solidarietà.

Ciò che ha convinto la giuria (popolare, lo ricordo) a giudicare Bayer colpevole di aver messo Johnson in pericolo è stata la lettura di alcuni documenti interni dell’allora Monsanto: mail interne in cui responsabili di prodotto si chiedono “come combattere” la diffusione di studi che mostrano una possibile correlazione fra l’esposizione al Roundup e l’insorgenza… proprio del linfoma non Hodgkin, prove che esperti che lavoravano per Monsanto decenni fa e che sono stati sostituiti dopo aver espresso preoccupazioni circa la sicurezza del Roundup e così via.

La giuria, dunque, è stata convinta dalla difesa di Johnson che Bayer fosse nelle condizioni di sapere che il Roundup era pericoloso. E che sia in qualche modo responsabile della malattia nonché della futura morte dell’uomo.

Troppi “che”, ma è ferragosto e non so come uscirne. Abbiate pazienza.

In conclusione

Ancora una volta, in conclusione… nulla. Decenni di studi scientifici non hanno trovato una prova definitiva circa la tossicità o la cancerogenicità del Roundup, non c’è molto da aggiungere.

Diverso è giudicare la sentenza,

se proprio uno ritiene necessario farlo, ecco

perché occorre tenere presente che i giurati hanno assistito in aula ad accuse rivolte a Bayer di essere “andati contro la scienza

occielo

, hanno letto email estrapolate dal contesto e sono stati sottoposti ad articoli scientifici accuratamente selezionati dall’accusa… non è che si siano messi a fare una revisione della letteratura per poi uscire dalla sala consiliare gridando “Eureka! Il glifosato è cancerogeno!“.
No, l’idea è piuttosto che siano stati impressionati dagli elementi portati alla loro attenzione. Comprensibilmente, tra l’altro.

Non significa nemmeno che Bayer sia certamente innocente eh, né che il Roundup sia così sicuro che si potrebbe usare come base per alcuni cocktail; voglio solo dire che una scorsa della letteratura scientifica esistente sul glifosato, anche molto sommaria,

non che la mia lo sia stata, sia chiaro, anzi è stata incredibilmente accurata ed approfondita; sarà stata anche di, non so, un’ora, un’ora e mezza…

permette rapidamente di trovare tutto ed il contrario di tutto. Di sicuro l’uso dei pesticidi (erbicidi ed anticrittogamici… roba che ammazza le piante infestanti e gli insetti, dai) è un tema complesso

oh, io lo so che mi ripeto, ma alla fine l’unico messaggio che vorrei veramente passasse è quello

, che non può essere affrontato partendo con l’idea di “convincere” qualcuno della bontà della propria posizione.

Non è il mio campo e mi fermo qui. Di sicuro però dare giudizi sommari e sbilanciati (“pesticidi e ogm sono fantastici, i salvatori dell’umanità” “no, sono il male, viva il bio e il resto è Satana”) non è mai una grande idea, parlando di temi del genere.

Uh, e neanche dire “hanno deciso la verità scientifica per alzata di mano” o “ecco, è la prova che il glifosato è cancerogeno!” lo è.

Ma spero si capisse.


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Perché non parlo di vaccini

Mi è stato chiesto più volte di scrivere di vaccini da parte di persone che apprezzano quello che scrivo (grazie), spesso con la convinzione che l’avrei fatto “blastando” gli “analfabeti funzionali”, o comunque in maniera ferocemente “pro-scienza”. Le ho sempre deluse, adducendo come motivazione il fatto che non sono un esperto (è un fatto vero), ma soprattutto che non lavoro in ambito sanitario e quello dei vaccini non è un problema scientifico.

E, a dirla tutta, ‘sto dibattito sui vaccini che sembra rinverdirsi ogni sei mesi circa mi annoia profondamente e non è un argomento che trovi così interessante.

Non è e non può essere una questione scientifica

Scusate, ma la scienza (che poi, ‘sto citare “la scienza” a ogni pié sospinto mi lascia almeno perplesso… ma aspé, ci torniamo) cosa altro dovrebbe dire, esattamente? Ci sono già tutti i dati epidemiologici per ciascun vaccino in commercio, le percentuali di efficacia, quelle delle reazioni avverse e compagnia cantando. Che altro volete? Risposte secche, del tipo “buono/cattivo”? Non funziona così.

Non funziona così perché una volta che le scienze biomediche hanno detto qualcosa come “efficace al 99%, sicuro al 99.8%, la malattia invece al 10% dà delle complicanze gravi” non è che possano dire molto altro.

A parte tutta una serie di dettagli qualitativi circa i meccanismi immunologici che portano a questi numeri, ma guardiamo la realtà in faccia: di quelli non frega niente a nessuno.

Prendiamo ad esempio un numero dato a caso: il 99.8% di sicurezza. E’ tanto? E’ poco (tenendo poi presente che già la definizione di “sicuro” è tutto fuorché univoca)? Come già dicono centinaia di articoli e video che infestano ogni angolo della rete, la questione sta nel valutare il rischio insito nella pratica vaccinale, quello delle possibili complicazioni date dalla malattia e la percentuale di efficacia del vaccino, e da lì trarre le conclusioni (che solitamente sono schiaccianti a favore del vaccino).

I numeri non aiutano

Il problema principale nel trarre conclusioni di valore sta nel fatto che l’oggetto di valutazione, in questo caso, sono persone. A me, come analitico, viene spontaneo dire qualcosa del tipo “ok, errore inferiore di brutto al 3%, per me è sì, andiamo avanti”, ma non funziona (solo) così.

Prendiamo in esame qualche numero reale, già che ci siamo: il vaccino MMR (il cosiddetto “trivalente” contro morbillo, parotite e rosolia) ha un’efficacia fra il 90 e il 95% dopo la prima dose, che diventa quasi assoluta dopo la seconda dose – in effetti il richiamo serve ad immunizzare coloro che non hanno risposto alla prima. Prendendo in esame il solo morbillo, si vede subito che è una malattia pericolosa: il 30% circa di coloro che lo contraggono sviluppa complicazioni, con una mortalità che arriva allo 0.2 – 0.3% negli Stati Uniti. Il vaccino MMR, invece, dà effetti avversi seri nello 0.003% dei casi circa – e parliamo comunque di carenze di piastrine transitorie, non di rischio di vita se non in casi particolari: non c’è partita, anche solo per quanto riguarda il morbillo, il vaccino è cento volte meno pericoloso della malattia che previene e l’OMS non esita a raccomandarlo.

Ma allora da dove mai arriva l’esitazione o addirittura il rifiuto alle vaccinazioni? Sono tutti scemi o pazzi? Impensabile.

Resto fermamente dell’idea che, almeno in Italia, le cause siano da ricercarsi nella cattiva comunicazione sanitaria, specie riferita agli anni passati.

E in alcuni svitati irriducibili, naturalmente. Ma non sono loro il vero problema.

Un problema di comunicazione sanitaria

Su questo, circa un anno fa si è già espressa Annalisa in un famoso articolo cui ho dato un mio (molto modesto) contributo

consistito principalmente nel gestire gli umori dell’autrice mentre lo scriveva

e meglio di una professionista della comunicazione sanitaria non saprei fare. Dal mio punto di vista, però, alcuni numeri sono fondamentali per “fotografare” un possibile modo di nascita e sviluppo dell’esitazione vaccinale nel nostro Paese. Riprendiamo un attimo, a titolo di esempio, le statistiche statunitensi sul vaccino MMR: dopo poco più di una settimana dalla dose, il 5% circa dei vaccinati sviluppa rash cutanei – che per intenderci sono una roba molto brutta, tipo quella raccontata in questa pagina di blog (ho preso volutamente una pagina “popolare” – non aprite se il gore dermatologico non è la vostra passione).

Ed il punto è proprio che un conto è leggere su una pagina una frase asciutta come quella che ho usato io prima: “il 5% circa dei vaccinati sviluppa rash cutanei” (che peraltro spariscono spontaneamente in capo a qualche giorno), un’altra è vedere tuo figlio che da un giorno all’altro si copre di segni rossi che gli causano prurito e lo fanno piangere. Ipotizziamo che uno dei genitori, a questo punto, corra al centro vaccinale e chieda delucidazioni circa le condizioni del figlio. Verosimilmente nella maggior parte dei casi gli verrà spiegato che, appunto, succede una gran parte delle volte, che non c’è nulla da temere e che sparirà da solo. Idealmente gli verrà ricordato che il vaccino è molto più sicuro del morbillo stesso e blablabla.

Ma se un genitore riceve una risposta del genere:

“Signore, lei è pazzo. Il vaccino non c’entra. Torni a casa.”

Frase realmente riportatami, non invento nulla.

Quale sarà la facile conseguenza? Che il genitore, confuso, preoccupato e ferito, volgerà l’orecchio ad altre voci, voci che gli daranno conforto, ragione e getteranno benzina sulla fiammella del dubbio che adesso gli si è accesa dentro.

Sono gli svitati cui accennavo prima. E che non linko perché, veramente, già il blog della famigliola americana era un crollo nello stile, ma qui si precipita proprio nella spirale dei sitacci con vesti grafiche che erano già vecchie nel ’93

Nel frattempo, al bambino il rash sarà bello e che passato, ma probabilmente ora non riceverà gli altri vaccini, oppure li riceverà molto in là col tempo, beccandosi una inutile finestra temporale di rischio in cui potrà contrarre delle malattie prevenibili. E intanto abbiamo creato una bella coppia di no-vax più o meno radicalizzati, con cui sarà difficilissimo se non impossibile ragionare.

E ho parlato solo dei casi di reazioni avverse non gravi; immaginate cosa può capitare dopo un caso di reazione avversa grave che venisse accolto come sopra. Genererebbe abbastanza rabbia da far nascere una setta di adepti del metodo naturale di lotta alle malattie infettive, direi.

Che consiste nel non far nulla, se non fosse chiaro.

Di questo meccanismo di radicalizzazione non ci sono sfortunatamente dati quantitativi né prove che non siano aneddotiche (e detesto non essere in grado di portare dati precisi), ma di certo, restando alle reazioni non gravi, il 5% è una percentuale enorme. Parliamo di cinquemila soggetti ogni centomila vaccinati; persone che parlano con altre, si consultano fra amici, si fanno sentire nel dibattito pubblico.

E a proposito di dibattito pubblico.

Blastare non serve

Aaaaaaah, il blasting… quella pratica meravigliosa che piace tanto a grandi e piccini, inventata da chissà chi, resa celebre da Enrico Mentana

Mentana blasting
Esempio trovato dopo una ricerca di 0.8 secondi

ed adattata mirabilmente al contesto dall’immancabile Burioni.

Burioni
che però ultimamente si esprime artisticamente soprattutto su Twitter (che non so usare, quindi lo screen l’ho fregato da una pagina di adoratori)

Ora… io, davvero, non riesco a capire chi si esalta di fronte a questo modo di esprimersi, lo adotta a sua volta ogni volta che può e poi se la prende vedendo avversari ideologici adottare livelli di aggressività simile o superiore.

Come già avevo scritto a proposito dell’omeopatia, sono convinto che tutto questo non serva a nulla, se non a provare per un momento l’ebbrezza di fare la parte del bullo, anziché del bullizzato. Ma un bullo sempre bullo resta, e credo che questo atteggiamento non faccia che dare origine ad un altro “zoccolo duro”, una tribù opposta a quella dei “no vax”: quella dei… boh, di quelli che hanno letto un libro di Burioni e si sentono in diritto di dare del “poco scientifico” ad uno che di lavoro fa ricerca biomedica, suppongo.

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AAAAAH… molto meglio.

E così, con questa contrapposizione fatta di torce e forconi (che di scientifico non ha nulla, se non le rivendicazioni) la triste commedia del “noi contro di voi” va avanti. E però è importante sottolineare che l’esitazione vaccinale è un problema tenuto in seria considerazione dall’OMS, che lo considera una questione delicata e non suggerisce certo di insultare chi ha posizioni scettiche verso i vaccini.

Ma il peggio deve ancora arrivare. Perché dove c’è una tribù fortemente ideologizzata, c’è anche un bel giacimento di consenso pronto per essere prosciugato, che attende solo che qualche fazione politica faccia proprio il tema e cerchi di riunire tutti gli appartenenti alla tribù sotto la propria bandiera.

E qui di tribù ce n’è addirittura due: i “pro vax” e gli “anti vax”.

Gesù Cristo, che tristezza.

E alla fine arriva la politica

come puntualmente è accaduto. E durante la scorsa campagna elettorale abbiamo assistito alle prime conseguenze di ciò che accade quando un tema trasversale, complesso, delicato e importante come quello delle vaccinazioni di massa finisce nel tritacarne della comunicazione politica che, come da copione, lo ha spietatamente risucchiato, semplificato, banalizzato, trasformato in slogan e, peggio di tutto, in bandiera. Chiedere per favore di non farlo non è servito a molto.

La superficialità del dibattito ha portato presto alla sovrapposizione fra le vaccinazioni, un tema circoscritto e tutto sommato fino a quel momento abbastanza “freddo”, e “la scienza” tout court: all’improvviso, nella percezione comune l’essere univocamente a favore di una scelta politica come l’obbligo vaccinale è diventato essere a favore “della scienza”.

(Tra l’altro non passa mai di moda il dire che la scienza non è democratica. Il che, all’interno di un dibattito politico democratico, tradisce dei desideri latenti giusto un filo-filo inquietanti – tutto quello che mi viene da chiedere ai sostenitori di ‘sta bestialità è: “ma quanto siete frustrati?”)

E basta, finita lì. O sei (brutalmente) a favore di questo pacchetto di proposte o sei “no vax”; o sei a favore di questa proposta in questi precisi termini o sei “contro la scienza”. Nessuna discriminazione del particolare, nessun rispetto o attenzione per il contesto, per la complessità, di cui invece, almeno a mia conoscenza, la scienza si nutre.

Mi fermo qui. L’ottimo Massimo Sandal ha già scritto un bell’articolo spiegando perché la scienza non può essere oggetto di propaganda politica – alle sue argomentazioni aggiungo solo che ragionamenti analoghi ma opposti possono (e devono) essere fatti dinnanzi a proposte sbalorditive come l’ultima, quella di quarantenare i bambini appena vaccinati.

Che fare dunque?

Non lo so.

Credo che il dibattito pubblico sul tema abbia raggiunto vette di inasprimento tali da rendere improponibile affrontare il discorso, che si parli dell’obbligatorietà o meno dei vaccini, del loro rapporto rischi/benefici o delle cause e dei numeri dell’esitazione  vaccinale in Italia – che sono tutti temi profondamente diversi fra loro, ma, ahimé, nel calderone tutto si mescola in un pappone in cui discernere alcunché diventa impossibile. Non invidio i divulgatori che tentano di affrontare il tema.

Credo anche sia ora di ammettere che questo dibattito non è poi così importante o influente – né, come accennavo all’inizio, particolarmente interessante, almeno per quanto mi riguarda. Oggettivamente, specie ora che il rischio di un’epidemia di morbillo appare scongiurato, non abbiamo un’epidemia di malattie esantematiche in corso, né legioni di bambini storpiati da pericolose vaccinazioni, quindi misure urgenti da prendere non mi pare ce ne siano.

La mia personale risposta resta quella con cui ho titolato questo pezzo: io di vaccini non parlo, e finita lì.

Se volete, fate pure. Scegliete la vostra tribù, stringete in mano la bandierina del vostro scimmione alfa preferito, ficcatevi l’elmetto in testa e via, lanciatevi pure a testa bassa nel dibattito.

Adottare un altro approccio sarà particolarmente sgradevole, sappiatelo: perché una volta che le questioni diventano importanti per questioni di identità ed appartenenza, a non stare da nessuna parte si finisce con lo stare sul cazzo un po’ a tutti.

AGGIORNAMENTO: nello scrivere “non lo so” mi riferisco alla situazione del dibattito nostrano, che, almeno per un discreto periodo di tempo a venire, trovo abbia raggiunto un livello di polarizzazione e scontro irreversibile. In realtà degli studi che propongono approcci che paiono efficaci esistono: proporre alla popolazione dei dati che parlano dei rischi connessi alle malattie prevenibili, dell’innocuità dei vaccini o addirittura la narrazione di storie individuali drammatiche di bambini irrimediabilmente danneggiati da queste malattie non serve.

Mutuando alcune idee dal marketing, un’idea interessante è quella di parlare in positivo dei benefici connessi all’immunizzazione, senza trascurare gli aspetti emotivi. Ma questa è solo un’opinione: un semplice metodo immediatamente applicabile per incrementare il numero dei vaccinati è quello di ricordare alle persone che è ora di vaccinarsi.


GRAZIE di aver letto sin qui! Fatemi sapere che ne pensate nei commenti e se avete domande, curiosità, critiche o commenti vari da fare non esitate, qui o tramite la pagina di Contatto! Se il tema vi interessa, oltre alle fonti disseminate nell’articolo (Burioni è attivo su Facebook) vi segnalo anche Il Chimico Scettico, che di vaccini parla spesso e con Burioni è in aperta polemica. Se avete la pazienza di separare le “sparate” partigiane dal resto, sono due fonti ricche di contenuti interessanti… visto il clima creatosi intorno al tema della vaccinazioni, raccomando comunque sempre la consultazione del numero più vario possibile di fonti, oltre che un attento studio individuale, per quanto possibile. E PER DIO NON PARLATENE MAI SUI SOCIAL, PER NESSUNA RAGIONE 😀 .

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La chimica dell’amore

 

E così le amiche di Amori 4.0 mi hanno chiesto di imbrattare il loro blog con un breve pezzo sulla biochimica che sta dietro all’insieme di sensazioni che il popolaccio chiama “amore”.

Pessima idea.

E siccome parliamo di “amore”, cioè di un concetto effimero, soave, descritto da secoli di letteratura di altissimo livello eppure mai pienamente definito, anzi la cui definizione si potrebbe paradossalmente dire indefinita, collettivamente generata in maniera pan-umana e transculturale,

cosa cavolo ho scritto?

sarebbe decisamente un peccato se qualcuno distruggesse tutto descrivendo questo “amore” come un processo neurochimico attraverso cui due esseri umani giungono all’accoppiamento.

Non vedo l’ora.

Prima viene la bestia

E così, capita. Due individui, che per semplicità descriveremo di sesso maschile e femminile ma qualsiasi altra combinazione andrebbe bene

con ‘ste psicologhe bisogna sempre fare attenzione

si incontrano e… si attraggono. Per qualche misteriosa ragione, l’ipotalamo decide che il corpo ha bisogno di più ormoni: allora fa partire una lunga quanto noiosa da descrivere cascata ormonale. Questa provoca un aumento degli ormoni in questione: testosterone per i maschi ed estrogeni per le femmine.

Che causano… desiderio sessuale.
Ebbene sì: il primo step dell’ “amore” è quello del desiderio. Stacce.

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Lui è il colesterolo. Ti fa paura, eh? L’organismo lo usa come base per la biosintesi di testosterone ed estrogeni. Non fa più così paura, eeeeh?

Già in questa fase, tra l’altro, si può assistere ad una diminuzione dell’attività delle aree cerebrali che regolano il pensiero critico, la coscienza di sé ed il comportamento razionale.
Tutto bene, non farai nulla di imbarazzante in questa fase.

E i famosi feromoni? Beh, la nostra specie si affida fortemente al senso della vista, sia nella vita in genere, sia nel trovare potenziali partner. La maggior parte degli animali, però, si affida ad una serie di messaggeri chimici per la comunicazione riproduttiva: questi messaggeri sono i famosi feromoni (o “ferormoni”… anche io sono impazzito a lungo per capire se ci fosse una grafìa corretta), che in realtà sono definiti più o meno come ormoni che influenzano il comportamento di altri organismi rispetto a quello da cui vengono prodotti. Fra queste influenze c’è, ovviamente, la disponibilità all’accoppiamento. L’esistenza stessa dei ferormoni (uso entrambe le grafìe così vi incasino) e dell’organo preposto a percepirli presso gli esseri umani è dibattuta,

ma proprio una roba tipo “non li ho trovati, ti dico!”
“No, sei tu che non sei buono a capire quando un feto morto ce l’ha!”,
cose così. Incredibile.

quindi devo deludervi e non parlarne per nulla. Mi spiace, però posso consolarvi dicendo che i feromoni appartengono ad una classe di composti con un nome fighissimo: i semiochimici.

Poi, le frecce avvelenate di Cupido

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Cupido – che se ti innamori a Papua Occidentale ti appare così.

Poco fa abbiamo lasciato i nostri due simili in un bagno di ormoni steroidei, che verosimilmente avranno fatto il loro lavoro di aumento del desiderio e portato a logiche conseguenze. Nel frattempo i due avranno pure fatto in tempo a rivestirsi, ma siccome parliamo di amore non finisce tutto qui.
Dopo il desiderio, avremo quindi il secondo step, quello dell’attrazione. Ora i livelli di una sostanza presenti nel sangue si innalzano: questa è la β-feniletilammina (PEA), che si rinviene in quantità scarse nel sangue di chi è affetto da ADHD  (disturbo dell’attenzione) ed allo stato puro è una sostanza corrosiva.

Per dire.

E’  questo il veleno di Cupido. Normalmente, la PEA agisce da regolatore dell’umore e dello stress, ed aiuta nella concentrazione. Ha però fama di tipica “molecola dell’innamoramento”, e con delle buone ragioni: ha infatti anche l’effetto di attivare l’aumento di altre due sostanze in circolo, la noradrenalina e la dopamina. La prima è un eccitante, e causa il sentimento di agitazione, con il seguito di manifestazioni come mani sudaticce e alte amenità. La seconda è una notissima molecola che, per dirla in brevissimo, attiva il circuito cerebrale della ricompensa e fa dire “ancora”: insomma, in questa fase l’amat*

dio quanto li odio, ‘sti asterischi. Và che mi fanno fare…

causa dipendenza ed agitazione.

Ah, e pare pure che in questa fase si verifichi una diminuzione dei livelli sanguigni di serotonina, una molecola coinvolta nell’appetito e nel sonno.
Chi altri ne ha livelli molto bassi? Ma chi è affetto da disturbo ossessivo-compulsivo, che domande.

No, ma è tutto molto bello.

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Però è illustrato in maniera spettacolare da Compound Interest.

Il colpo di grazia

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Cosa è successo a questo blog?

Dopo un periodo di tempo più lungo, il danno viene concluso dal rilascio di ossitocina e vasopressina. Si entra così nell’ultima fase, quella terminale in cui il paziente può dichiararsi perduto, dell’attaccamento. In realtà, proprio per effetto di questi ormoni la relazione in questa fase tende a diventare più “amicale”: la fase di attaccamento si osserva anche in rapporti di amicizia, nel legame figlio-genitore e in altre relazioni intime ma prive di desiderio ed attrazione.
La concentrazione nel sangue di ossitocina, detta anche “ormone delle coccole”,

e che dopo la “molecola dell’innamoramento” fa sparire ogni resto di rigore da queste pagine,

sale alle stelle poco prima del parto, dando anzi inizio al processo, e resta a livelli elevati anche durante l’allattamento, perché tra le sue funzioni ha quella di stimolare le ghiandole mammarie a produrre il latte materno. Le sensazioni di benessere legate all’innamoramento sono rafforzate dall’ossitocina in una sorta di feedback positivo, rafforzando la sensazione di legame verso le persone amate in genere.

Ah, e la vasopressina è anche nota come ormone antidiuretico. Se amate qualcuno, insomma, dovreste andare in bagno un po’ meno spesso. Non so, magari aiuta.

Tutto molto bello

però anche no. E’ un bell’elenco di sostanze amorose; sembrerebbe che basti assumere queste sostanze regolarmente per vivere un’esistenza di amore e serenità. Purtroppo non funziona così, perché gli ormoni e i neurotrasmetittori che ho citato in questa carrellata non sono necessariamente associati al sentimento tutto sommato positivo

ecco, l’ho scritto

dell’amore. Oltre alle circostanze che ho già descritto, la dopamina ha un ruolo fondamentale anche in condizioni di dipendenza da cibi o droghe d’abuso: queste ultime, in particolare, scombinano il sistema di regolazione della produzione di dopamina, causando la sensazione di insoddisfazione perenne tipica dei tossicodipendenti gravi (però è un argomento lungo e complesso, che qui posso solo accennare). La sensazione di attaccamento dovuta all’ossitocina sembra possa condurre a difendere i membri del proprio gruppo sino a condurre al pregiudizio, o addirittura alle guerre.

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…ma guerre un po’ come questa di Banksy

Insomma, nonostante una discreta conoscenza dei meccanismi neurochimici che stanno dietro le quinte del fenomeno che chiamiamo “amore”, sembra che questi non possano ancora essere hackerati a piacimento per via farmacologica, e l’amore sia ancora frutto essenzialmente delle nostre scelte, grandi o piccole che siano.

Tsk.

Ma un giorno…


GRAZIE di aver letto sin qui! Fatemi sapere che ne pensate nei commenti, qui o sulla pagina Facebook

Ci sono davvero moltissime fonti al riguardo, non sempre concordi, oltre agli articoli linkati; in particolare segnalo questo articolo dell’università di Harvard di cui il mio in alcune parti è quasi una traduzione (e lo scrivo così, senza vergogna).

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Caffeina e teina sono la stessa cosa

Tempo fa feci un semplice post sulla mia pagina Facebook con questo titolo, post che risvegliò un interesse che francamente non mi aspettavo. Successivamente, nel corso di una conversazione fra colleghi, tirai fuori questa nozione per qualche ragione

che non ha nulla a che fare con sventolamenti narcisistici, eh

ed assistendo alle espressioni di stupore di professori e ricercatori, ho deciso di riordinare un po’ meglio quelle poche righe e riproporle qui. Non che ci sia voluto molto: il concetto è solo uno, alla fine.

E comunque l’umanità ne ha bisogno
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La struttura della molecola di caffeina

Nessuna differenza. Nessuna.

Tutto nacque sentendo un’amica della mia compagna dire “sono allergica alla caffeina, ma non alla teina“.

Volevo obiettare, ma uno sguardo dalla donna che amo mi fece desistere.
Vedi poi che ci lamentiamo della scarsa diffusione della cultura scientifica…

Vabbè. Io però fossi in lei cambierei allergologo: le due sono la stessa molecola. Lo sappiamo già dal 1838, anno in cui Gerardus Johannes Mülder e Carl Jobst hanno dimostrato che tra le due non c’è differenza.

Se un caffè vi fa più effetto di un tè, i motivi possono essere molteplici. La pianta del tè di solito contiene più caffeina che i semi del caffè, ma la quantità varia fra le varietà di tè; un tè spesso è più leggero perché l’infusione è un processo estrattivo meno efficiente rispetto a quello che si verifica nella preparazione del caffè. E non va sottovalutato l’effetto placebo nel bere il caffé.

 

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La struttura della molecola di teina. Trova le differenze.

Guardate che bella che è la molecola di caffeina. O di teina. Perché mentirle dicendo che ha una “gemella” che in realtà non esiste? 

“E’ un gioco, cazzo!”

O “due consigli per giovani ricercatori“.
Ma ammetterete che c’è una certa differenza di impatto, fra i due titoli.

Chiedere ai veterani

Poco meno di un anno fa ho avuto la fortuna di trascorrere un periodo di ricerca negli Stati Uniti, presso il Connecticut College di New London, CT.  E’ stato un momento fantastico da un punto di vista “lavorativo” (le virgolette sono d’obbligo secondo me: non riesco a considerare la ricerca unicamente “il mio lavoro”, non più di quanto un prete possa fare col proprio, credo), durante il quale ho avuto la fortuna di incontrare alcuni docenti di grandissimo successo nel mondo della ricerca.
In quell’occasione sono riuscito ad avere la sfacciataggine di porgere ad alcuni di questi una domanda che mi propongo di porre sempre più spesso, e che credo tutti coloro che come me sono all’inizio del proprio percorso nel mondo della ricerca scientifica, un mondo incredibilmente complicato e che sa essere estremamente contraddittorio, dovrebbero porre il più spesso possibile: “se potessi dare un solo consiglio ad un ricercatore all’inizio della sua carriera, quale consiglio gli daresti?

Non che sia stato molto difficile, in realtà – trovare la sfacciataggine, dico.

Primo suggerimento: persegui interessi diversi

Due di questi (di cui non pubblico i nomi non avendo chiesto loro il permesso di farlo, scusate), provenienti da campi distanti fra loro come la chimica organica e l’inorganica,

FERMA, lo so, ha la credibilità di un norvegese che dice di essere “molto diverso” da uno svedese. Ma in questo caso sono davvero due cose molto diverse, giuro!

mi hanno date due risposte sorprendentemente coincidenti: in entrambi i casi, il singolo, prezioso suggerimento si riassume in “interessati di tante cose diverse, non limitarti al tuo campo preferito“. Relativamente, alla propria esperienza personale, il primo dei due professori declinava il suggerimento in “sto conducendo una ricerca molto distante da quello in cui mi stavo specializzando, se non avessi fatto X adesso non potrei mai star studiando Y”. Nel secondo caso, invece, mi è stata restituita una opinione più rivolta al futuro, non priva di un po’ di malinconia: “io ho studiato e praticato esclusivamente chimica organica, e non ho mai potuto dedicarmi ad altro. Ad un giovane, adesso, raccomanderei invece di non fossilizzarsi così su un singolo campo della chimica”.
Ma è sorprendente come i due consigli indirizzassero esattamente dalla stessa parte: resta aperto a campi anche molto distanti dal tuo, e non aver paura di sperimentare.

L’ho trovato ancor più sorprendente, e a dirla tutta confortante, specialmente perché esplicitamente applicato ad un campo di scienza dura come la chimica che, come tutte le sue “sorelle”, soffre molto della sindrome da iperspecializzazione: “se hai un curriculum da analitico, non potrai mai passare alla chimica fisica”, pensavo. O meglio, sono stato portato a pensare. Dall’altra parte dell’oceano, invece, ho ricevuto il suggerimento diametralmente opposto: non fissarti su un aspetto solo della scienza, o rischi di esaurire le carte da giocare.

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L’autore di questo, per esempio, era tutto fuorché specializzato.

Secondo suggerimento: divertiti!

A fine anno scorso, ho avuto la fortuna di incontrare uno dei docenti del mio dipartimento poco dopo il suo pensionamento: si tratta, fra l’altro, dell’autore di uno studio che se non sbaglio (non sono un esperto, chiedo venia) ha avuto un grande impatto sulla ricerca sull’HIV, oltre che di una persona incredibilmente alla mano.

Tratto comune a moltissimi “grandi”, fateci caso.

Dopo qualche esitazione, ho posto anche a lui la stessa domanda. Lui ha alzato gli occhi dalle vecchie carte su cui era chino, ci ha riflettuto un momento e mi ha dato la risposta più bella che riesca ad immaginare: “…divertirsi. Di continuare a divertirsi, di non perdere la dimensione artigianale. E di fare attenzione alle cose inaspettate che vengono fuori“.

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Se non è divertente, qualcosa non sta funzionando.

Poi mi ha spiegato che quelle vecchie carte che stava guardando erano proprio i dati da cui è originato il famoso studio. E mi ha raccontato della sua genesi, che ovviamente è stata totalmente casuale: un campione di sangue che doveva essere un bianco, una sorta di “punto zero” rispetto al quale valutare i campioni di pazienti malati, ha rivelato un comportamento inatteso. E allora la spiegazione di questo comportamento ha aperto, a cascata, la strada a tutta una serie di altre scoperte inaspettate, piccole di per sé, ma che hanno permesso, alla fine, di concludere uno studio che è stato fondamentale per lui e molto importante per il campo di cui si occupava.
Ma questo non sarebbe stato possibile, senza la volontà di “inseguire”, di volta in volta, i comportamenti inattesi che i fenomeni, di volta in volta, di passo in passo, mostravano.

 

Non credo lo dimenticherò mai, mentre concludeva: “E allora uno vede che succede questo, ma non ti spieghi perché, e allora vuoi andare avanti, capire… poi scopri che c’è un’altra cosa che non funziona come ti aspetti, e devi lavorarci ancora, ma a quel punto sai che non puoi mollare, devi assolutamente andare ancora avanti…”

Poi si è fermato un attimo, per voltarsi di nuovo verso di me e darmi la sua ultima, fondamentale considerazione al riguardo. Che ci tengo a lasciarvi:

…è un gioco, cazzo!

Sorrideva.

La feniltiocarbammide e l’oggettività delle percezioni

Oggi una conversazione su Facebook mi ha riportato alla mente un composto che mi sta molto simpatico: la feniltiocarbammide.

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Che ha questa faccia qui

La feniltiocarbammide (il cui nome di battesimo in realtà è feniltiourea… in ogni caso la chiameremo con il nome per amici di “PTC”) possiede una strana proprietà: a seconda dell’individuo che la assaggia, la PTC ha un gusto estremamente amaro, oppure un blando sapore amaro, oppure non ha alcun gusto.

Segue pallosissima spiegazione tecnica del fenomeno. Liberissimi di passare al paragrafo successivo.

Questo si spiega con un polimorfismo genico: la PTC viene percepita dal recettore del gusto codificato dal gene TAS2R38. Questi può assumere tre diverse forme che a loro volta si combinano con altri geni dando, alla fine, vita a due

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I piselli verdi, gialli, lisci, rugosi… è quella roba lì.

diversi “set” di recettori (più alcuni altri, in realtà, che però sono rarissimi e faremo finta di niente). Questi due si chiamano AVI e PAV: i recettori AVI non percepiscono il sapore della PTC, quelli di tipo PAV invece sì.

Siccome il nostro corredo genico è fatto da due copie dello stesso gene, che però possono essere diversi fra loro, alla fine dei fatti abbiamo tre possibili combinazioni per TAS2R38: PAV/PAV, AVI/PAV o AVI/AVI, a seconda che l’individuo sia omozigote o eterozigote.

 

Ecco allora che si delinea un parallelismo elegante fra la sensazione di amaro della PTC e la situazione genica di TAS2R38: una persona PAV/PAV percepirà la PTC come estremamente amara, una AVI/PAV sentirà il gusto lievemente amaro mentre ad un individuo AVI/AVI pare di assaggiare acqua fresca.

L’illusione della realtà oggettiva

Il comportamento della PTC è noto dal 1931, e da allora è stato ampiamente utilizzato come esperimento didattico nelle università per illustrare gli effetti del polimorfismo genico: a seconda della variante di cui sei dotato, percepirai la PTC in un modo o nell’altro.

Quando studiavo a Biologia, facemmo questo esperimento in laboratorio: l’aspetto più interessante non fu la perfetta corrispondenza con le aspettative o l’eleganza della tecnica (che comunque è fantastica), ma la sensazione provocata dal confronto fra le varie esperienze. Mi accorsi che, in effetti, non era semplicemente possibile scambiarsi le impressioni con chi la PTC la percepiva diversamente da sé: le diverse percezioni facevano sì che non si parlasse di diverse interpretazioni di un fenomeno, ma proprio di fenomeni diversi.

Mi piace moltissimo l’esperimento della PTC. In maniera così semplice e diretta, indiscutibile nella sua tecnicità, e tramite una sensazione così semplice ed ancestrale come quella del gusto, mostra in un attimo ed in maniera inequivocabile come le percezioni non filtrino i fenomeni, ma diventino i fenomeni stessi. E’ un problema con cui filosofi e psicologi si confrontano dall’alba dei tempi delle rispettive discipline, ma trovo che niente lo renda evidente così semplicemente come fa la PTC.

Credo che da oggi mi sforzerò di pensare alla PTC quando mi confronto con qualche opinione profondamente diversa dalle mie su temi che mi stanno pericolosamente a cuore: le opinioni che abbiamo dei fatti derivano inevitabilmente da ciò che di essi percepiamo. E, sebbene mi renda conto che il salto sia azzardato, la PTC mi ha insegnato bene che non siamo fisicamente equipaggiati per vedere le questioni in maniera oggettiva. Figurati per elaborarle allo stesso modo.

E comunque, ha un sapore che fa veramente schifo.


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Lo strano caso di Rosignano Solvay

Una storia estiva

Qualche tempo fa una mia amica mi ha detto che le avrebbe fatto piacere conoscere il mio parere circa un luogo molto particolare, e che approfondire la questione avrebbe potuto portare ad un perfetto articolo estivo di Chimica Militante.

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Finalmente, non aspettavo altro. (Mario Tama/Getty)

In effetti aveva ragione: il posto in questione sono le famigerate Spiagge Bianche di Rosignano Marittimo, a pochi chilometri da Cecina, Livorno (linko la pagina di Wikipedia al riguardo, però fate attenzione perché fa affermazioni pesanti sostenute da fonti che non sono il massimo).

Lo scenario è affascinante: i bagnanti stanno stesi al sole su una sabbia bianca che manco ai Caraibi, oppure si immergono nell’acqua turchese. Sullo sfondo, le torri di raffreddamento della sodiera Solvay (che poi in realtà non fa solo composti a base di sodio, ma quando mai ti capita di scrivere di nuovo “sodiera”?) si stagliano contro il cielo, incombendo in una maniera che definire “inquietante” è un gentile eufemismo.

E tutti sanno che il biancore delle sabbie ed il colore turchese delle acque non hanno nulla di naturale, ma sono causati dai residui di produzione della Solvay.

Spiaggia
Creepy as fuck (CDCA).

Affascinante, eh? Ma non è finita qui: Rosignano Solvay è Bandiera Blu da vent’anni.

Icecube

Ora.

Siccome amo la natura, ho trovato la storia davvero intrigante e non ho resistito a lungo all’andare alla ricerca di una risposta alla domanda “Ma scusa, facendo il bagno lì non si rischia la vita?”.

Erhm… che dirti, Vale… secondo me un po’ sì.

I Caraibi chimici

Ecco, l’ho fatto: ho usato l’aggettivo “chimico” con valenza di “artificiale, insalubre, nocivo”.

Mi ero ripromesso di non farlo, ma in effetti in questo caso caderci è piuttosto facile: l’innaturalità delle Spiagge Bianche è davvero inquietante.

E affascinante.
Ma solo se hai qualche forma di parafilia per l’aggettivo “chimico”.

La sabbia è bianca perché il canale di scolo della Solvay scarica in mezzo alla spiaggia, riversando in acqua residui di carbonato di calcio, un sale bianco che in acqua si scioglie molto poco (è il componente principale del calcare, per intenderci), che alla lunga ha

Veduta
Ma che sia diversa dal resto della costa si nota a malapena.

finito col costituire gran parte della sabbia stessa. Inoltre, l’azienda produce una grande quantità di composti sbiancanti (acqua ossigenata, bicarbonato di sodio), ed è ragionevole pensare che residui di questi si trovino nelle acque di scarico e rendano bianca la sabbia preesistente. Siccome il carbonato non si scioglie in acqua, il mare è sì turchese, ma non è trasparente: le particelle bianche restano in sospensione, rendendo l’acqua chiara ma opaca.

Un problema di tossicità

Una delle pratiche più impressionanti messe in atto da alcuni bagnanti è fare il bagno proprio nei pressi dello scarico (!), perché “il bicarbonato fa bene alla pelle”.

Fare il bagno negli scarichi industriali… cosa potrà mai andare storto?
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¡Vamos a la playa!

Che ciò faccia impressione, però, non è particolarmente indicativo: il carbonato di calcio, il bicarbonato di sodio ed altri sali presenti negli scarichi, come il cloruro di calcio, in effetti non sono tossici.

Il problema sorge però quando si iniziano a fare delle analisi che dicano come stanno realmente le cose. Nel rapporto dell’Agenzia regionale per la Protezione Ambientale della Toscana (ARPAT), emerge come il contenuto di mercurio nelle acque di Rosignano superi la soglia raccomandata dagli Standard di Qualità Ambientale. A questo si aggiunge anche il superamento dei limiti un po’ in tutta la regione per stagno (tributilstagno), arsenico e cromo, non esattamente dei toccasana; se poi si prendono in considerazione i sedimenti, cadmio e mercurio sono troppo elevati qui come altrove.

La cosa forse più interessante, però, è una tabella presentata inizialmente: qui si evince come le acque di TUTTA la costa toscana, ad eccezione di quella dell’Arcipelago delle Isole Minori, si trovino in un buono stato ecologico, ma non in un buono stato chimico. E nei criteri di balneabilità non rientra lo stato chimico delle acque, ma quello microbiologico, ossia riguardante la presenza di batteri che possono portare malattie.

In conclusione

Intendiamoci, nulla di tutto ciò fa sì che chi si fa un bagno nelle acque turchesi delle Sabbie Bianche non ne esca vivo. Però certamente avere la pelle a contatto con tanti metalli pesanti (che la pelle la attraversano, specie mercurio e tributilstagno) alla lunga porta a dei problemi.

L’impressione è che sia tutto… molto strano. Cioè, tutti sanno che l’acqua è inquinata, voglio dire, l’acqua è palesemente inquinata, eppure in buona sostanza i frequentatori della spiaggia se ne fregano allegramente e si buttano lo stesso in mare. C’è un divieto di balneazione, è vero, ma riguarda unicamente qualche decina di metri di spiaggia a partire dal canale che… scarica in mezzo alla spiaggia stessa. E comunque di fatto viene ignorato.

Cercando informazioni in Rete su Rosignano, poi, mi ha colpito un fatto in particolare: ogni volta che si parla di questa spiaggia, fra i commenti agli articoli spunta qualcuno del luogo che difende a spada tratta la spiaggia e l’azienda, dicendo in sostanza che le notizie sugli inquinanti sono tutte bugie.

Non lo sono. E lo dice una agenzia pubblica toscana, non io. Però tutto ciò mi ricorda molto uno dei maggiori pericoli che si corrono in laboratorio: le sostanze più insidiose non sono quelle corrosive, come gli acidi forti. Queste sono evidentemente pericolose, ed il nostro cervello ci difende istintivamente da loro. Al contrario, i solventi tossici come il diclorometano non fanno nulla sul momento… ma sono quelli la cui inalazione cronica può portare a problemi anche molto gravi.

E qui è un po’ lo stesso. Una ragazza intervistata dal Secolo XIX dice che il luogo “[…] nel weekend è invaso dai turisti. Significa che il mare non è così inquinato come sostiene qualcuno»”.

Purtroppo, però, non funziona così.


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Cannabis: D&R

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Se c’è una cosa che non manca, sull’Internet, sono le immagini a tema “ganja”.

Qualche tempo fa ho chiesto sulla pagina Facebook quali fossero gli aspetti del consumo di Tetraidrocannabinolo (anche detto “THC” o “(-),- trans-Δ9-Tetraidrocannabinolo” o “Franco”) che risultassero più interessanti a chi mi legge.
Ecco che ne è uscito.

Un casino, ovviamente.
Mannaggiavvoi.

Ah, un’avvertenza: ho trasformato “consumo di THC” in “consumo di cannabis”. Questo perché nell’erba e nei suoi derivati sono presenti un’ottantina di cannabinoidi vegetali, e a mia conoscenza sono molto pochi quelli che assumono THC puro, mentre sono in molti quelli che si fanno le canne.

“Pochi”, “molti”. Vedi come inserisco l’aspetto quantitativo in maniera elegante, comprensibile e rigorosa?

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Tecnicamente, con l’alcol ti sbronzi (è proprio un termine IUPAC).
Più volgarmente, è un “depressivo del sistema nervoso centrale”. Agisce a livello dei recettori che si trovano nelle sinapsi neuronali, stimolando una trasmissione del segnale inibitoria o, per così dire “calmante” (tecnicamente è quella GABAergica, vabbè), mentre inibisce quella stimolante (o glutamatergica). Nel frattempo aumenta i livelli di endorfine e di serotonina, inibendo da un lato il dolore e dall’altro dando sensazioni di eccitazione ed euforia. Non fare finta di non sapere di cosa parlo.

Trovo il THC molto più interessante perché, a differenza dell’alcol, non agisce in maniera aspecifica, su “quello che trova là”: i neuroni fanno un lavoro diverso, nella vita, dal rispondere agli stimoli dell’alcol,

il che probabilmente è un peccato,

ma il THC è una molecola molto più interessante.

THC
…com’è che non avevo ancora messo una formula di struttura?

Non agisce, infatti, a casaccio nell’organismo. L’etanolo viene assimilato, va in giro, trova più o meno casualmente nei neuroni della roba su cui può interagire e alla fine lo fa.
Il THC è molto più signorile: agisce su un sistema scoperto di recente, che serve a modulare l’intensità di risposta del sistema nervoso e del sistema immunitario: il sistema endocannabinoide. Magari ne parlerò più avanti in maggior dettaglio (però con moderazione che è il mio oggetto di studio ed è un attimo che mi parte il wall of text).

Detta in brevissimo (e nella solita maniera pressapochista), comunque, il sistema endocannabinoide serve a regolare l’intensità della risposta del sistema nervoso centrale e del sistema immunitario. Ecco spiegati gli effetti del THC. “Regola l’intensità della risposta”, però, non vuol dire un cavolo: in pratica, significa che agisce su una miriade di processi fisiologici, ad esempio appetito, senso di benessere generale, ansia e stress, dolore, capacità di coordinazione nei movimenti. Considera inoltra che l’intensità di ognuno di questi effetti (e di molti altri) effetti è dose-dipendente, dipende cioè da quanto principio attivo hai assunto. Questo, unito alla risposta individuale ai farmaci, spero dia una idea della variabilità dell’esperienza.


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La cosa più affascinante, secondo me, dell’uso terapeutico è che è davvero molto molto antico, più di quello stupefacente: il primo indizio scritto di ciò si ha in un papiro di circa 3700 anni fa, in cui si parla dello “shemshet”, che verosimilmente è proprio la cannabis.

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“Shemshet” (Russo, 2007)

Insomma, sembra che già gli antichi Egizi la prescrivessero per disturbi a unghie, occhi ed utero, per eliminare vermi parassiti e per calmare i dolori mestruali.

Oh, secondo me li fa ancora passare.

Ad oggi, la cannabis e i farmaci derivati dai suoi principi attivi sono utilizzati per trattare tutta una serie di condizioni, molto ben elencate e gerarchizzate dalla voce di Wikipedia Italia, che non sto qui a riportare.

Accenno invece rapidamente ad un’altra cosa: man mano che si scoprono le funzioni che il sistema endocannabinoide regola, si scopre che sono veramente tantissime.

Fra queste:

  • Funzioni cognitive, memoria, coordinazioni, funzioni motore, percezione del dolore, appetito, nausea
  • Metabolismo del glucosio (-> diabete)
  • Pressione intraoculare
  • Effetti cardiovascolari
  • Effetti riproduttivi
  • Metabolismo osseo
  • Crescita e diffusione delle cellule di alcuni tumori

Questo (e l’elenco è largamente incompleto), a livello di sviluppo di farmaci, è un insieme di funzioni sia incredibilmente interessante sia incredibilmente difficile da gestire: se un solo sistema fisiologico può avere un effetto su tutte queste funzioni, basta probabilmente sviluppare dei farmaci specifici per questo sistema per agire su una gamma vastissima di condizioni. D’altro canto, per agire precisamente su una di queste situazioni, occorrono essere in grado di regolare l’attività di queste sostanze in maniera estremamente fine.

Il modo migliore per ottenere farmaci del genere? Fare ricerca.

Ah, e sull’uso culinario… l’Internet è la tua prateria 😀


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Mavvà, questi vogliono solo la droga.

E io faccio sempre casino.

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Sai che ci sono davvero pochissime conclusioni certe al riguardo?
E’ paradossale, ma siccome la sostanza è illegale, fare ricerca su di essa è molto difficile.

Una review (analisi dello stato dell’arte della letteratura scientifica) del 2016 ha trovato che l’uso cronico durante l’adolescenza era correlato a lungo termine ad un QI più basso e a difetti cognitivi cronici… ma non è stata in grado di stabilire che correlazione fosse. E’ vero che il cervello durante quell’età è ancora in sviluppo, ma lo studio non ha saputo dire se fosse “fumi un sacco di canne, quindi diventi più stupido” oppure “sei più stupido, quindi fumi un sacco di canne”.

Che è il modo scientifico di dirlo. Controlla.

Per il resto, so dirti che, sempre parlando di conseguenze a lungo termine, stando ad un test fatto sui batteri il THC non è cancerogeno, ma il fumo di cannabis (come tutti i fumi, azzarderei) lo è. Anche qui, però, purtroppo i dati certi (che cancro sviluppa? Di quanto aumenta la probabilità di base?) non li abbiamo; persino per il cancro al polmone, due studi diversi sono giunti a conclusioni opposte.

Se leggi in inglese e vuoi approfondire, la voce di Wikipedia al riguardo è molto completa.


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Mah, sul metabolismo muscolare non ho trovato nulla, di certo però la cannabis peggiora le performance sportive se assunta prima della pratica… ciò nonostante, se viene trovato del THC nel sangue, si viene squalificati dalle competizioni. Il motivo potrebbe essere legato ad una grande evidenza aneddotica circa il fatto che la cannabis aiuta le prsrtazioni non in fase di gara, ma durante l’allenamento, perché aiuterebbe nel recupero. Non ho trovato dati “duri” al riguardo.

A mia conoscenza, la cannabis non influenza l’assimilazione degli alimenti, però agendo sui recettori CB1 stimola l’appetito… la famosa “fame chimica”, ecco. Uno studio, però, ha raggiunto conclusioni interessanti: il consumo di cannabis (indipendentemente dalla dose) porta ad una diminuzione del 16% dell’insulina circolante a digiuno e ha “correlazioni significative” con “un girovita più snello”.

Sulla memoria vedi sopra, ma non solo: certamente il THC ha un importante effetto sulla memoria, ma a breve termine… in tutti i sensi – vale a dire che certamente influisce negativamente su memoria e funzioni cognitive (in maniera dose-dipendente) durante l’effetto, ma a medio-lungo termine vale la carenza di conclusioni certe di cui dicevo prima.


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Allora, uno studio ha mostrato che la dipendenza può essere fisica (cioè con sintomi di astinenza) nel caso di uso “pesante”, ma anche che i sintomi di astinenza sono molto più leggeri (irritabilità e tensione fisica i più persistenti) se comparati a quelli delle droghe più famigerate, come eroina e cocaina. Circa il 9% degli utilizzatori di cannabis diventa dipendente, (molto) meno che non con queste ultime due o con l’alcol. O anche con gli ansiolitici, in effetti.


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Uh, questa è difficile e me la fa una star del web 😀

Una review del 2015 ha trovato una correlazione fra uso di cannabis e disturbo paranoide (ma anche disturbi cognitivi, ansia e aumentato rischio di psicosi). I fattori di rischio chiave sono: età di inizio uso, frequenza d’uso, potenza dell’erba utilizzata e sensibilità individuale. Ovviamente, le correlazioni individuate dalle review sono da prendere con un po’ di cautela.

E’ invece accertato oltre ogni dubbio che può indurre effetti paranoidi sul 20% degli utilizzatori, questo sì; ma parlo di effetti acuti, cioè “mentre si è in botta”.

Ad ogni modo, il DSM-5 include il “cannabis use disorder” fra le condizioni che richiedono un trattamento. Just sayin’.


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Hmmmm… anche secondo me è una cazzata 😀

Se non ho capito male mi stai chiedendo se una cosa del tipo “fumo e poi lavoro” migliori le performance; la risposta è certamente “no”. Una review del 2009 ha analizzato 20 anni di studi al riguardo e concluso che nelle 4 ore dopo l’assunzione della cannabis, le performance sul lavoro peggiorano. Questo ovviamente senza prendere in considerazione i rischi cui si va incontro nel caso in cui si venga trovati positivi sul lavoro, soprattutto per alcune mansioni.

Penso che l’impressione riportata dai tuoi colleghi (e non è la prima volta che la sento) sia dovuta al senso di euforia che dà l’assunzione della sostanza… che però non è che un’impressione :).


Whew… è fatta! Che ne pensate? Ovviamente, per altre domande, dubbi, curiosità, richieste di chiarimenti, commenti e critiche motivate i commenti sono lì apposta, qui come su FB.

Come sempre, se vi è piaciuto considerate di condividere l’articolo sui vostri social preferiti… alla prossima!


 

Il guazzabuglio dell’omeopatia

Ovviamente ambisco ad una qualche onorificenza per aver usato la parola “guazzabuglio” nel titolo di un blog.

Di cosa non sto parlando

Detesto le definizioni in negativo, ma statemi dietro un momento, per favore. La questione non è banale ed è molto, molto confusa.

Il problema è che l’omeopatia fa parte della foltissima schiera delle medicine alternative, che vengono spesso assimilate e confuse fra loro, dando vita ad una giungla retorica in cui occorre farsi strada a colpi di machete.

Che è esattamente il livello di finezza che preferisco.
machete
E che Danny Trejo incarna perfettamente, come tutti sappiamo.

Estratti naturali e rimedi erboristici (inclusi tisane, distillati, macerati, decotti, oli essenziali, tinture, impacchi, elisir, estratti secchi, divertitevipureacitarealtroneicommenti) non sono omeopatia. La naturopatia, la fitoterapia e tutte le pratiche correlate non sono omeopatia. La medicina tradizionale cinese non è omeopatia. Agopuntura, fiori di Bach, Reiki, cristalloterapia, magnetoterapia, coppettazione, ayurveda, chiropratica, sciamanesimo, Vudù e molte altre pratiche di medicina alternativa non sono omeopatia.

Anche se, essendo un nerd profondamente segnato da Monkey Island, ammetto che per me il Vudù resta su un piano superiore rispetto alle altre.

Di cosa sto parlando

contenitori
Che comunque trovo gradevoli, col loro aspetto ora un po’ alieno, ora un po’ fallico.

Sto parlando di quelle palline bianche che si trovano in tubetti palesemente ideati da ingegneri che, innamorati delle forme fantascientifiche ma inferociti verso l’umanità, hanno deciso di fornire all’utilizzatore finale il prodotto più scomodo possibile.

Seriamente… avete mai provato a farne uscire subito il numero giusto? È tecnicamente impossibile, ne sono certo.

Si parla di “granuli” e “globuli” omeopatici, a seconda delle dimensioni dei suddetti (se non erro i globuli sono quelli più piccoli ma potrei sbagliare – e comunque non ha alcuna importanza): da qui in avanti parlerò esclusivamente di granuli, ma ai fini del mio discorso i due termini sono intercambiabili.

Questi sono dei granuli di zucchero che vengono trattati con dei procedimenti complicatissimi, utilizzando macchinari costosissimi e venduti a carissimo prezzo e venduti a prezzo carissimo. E alla fine, restano dei granuli di zucchero. Senz’altro.

Fine della chimica dell’articolo. Davvero, a parte lo zucchero dentro non c’è niente. Nessun farmaco, nessun principio attivo. Ok, forse qualche residuo di produzione o di contaminazione ambientale (i contenitori sono fantastici, va bene, ma non sono frutto di qualche tecnologia superiore o venduti in confezione sterile, sotto pressione di gas inerte, qualche nientegrammo di qualcosa ci potrà pure finire, no? Un po’ di polvere, santo cielo!), ma a parte questo, dentro non c’è nulla.
Niente.
Nada.
Nix.

Oh, lo disse la portavoce della Boiron, eh.

Vabbè, ma allora di che stiamo parlando? Tutti quelli che fanno uso dell’omeopatia sono scemi? Tutti gli omeopati sono truffatori?
Io non credo proprio.
Per arrivarci, però, sono costretto a raccontare per sommi capi cos’è e come è nata l’omeopatia.

Che cos’è l’omeopatia

Nel 1790 il medico tedesco Samuel Hahnemann stava traducendo dall’inglese al tedesco la Materia medica pubblicata l’anno prima da William Cullen. Qui si imbatté nella descrizione degli effetti della corteccia di chinino, efficace nell’alleviare i sintomi delle febbri intermittenti, specialmente quelle causate dalla malaria. Cullen spiegava questo effetto con il gusto amaro e le proprietà astringenti del principio attivo contenuto nella tintura di chinino, ma Hahnemann osservò giustamente che la spiegazione non aveva senso, perché molte altre sostanze anche più astringenti del chinino non avevano alcun effetto sulle febbri intermittenti.

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Nella foto: una soluzione acquosa di zucchero, anidride carbonica e principio attivo contenuto nella tintura di chinino.

Deciso a capire come funzionasse il chinino, Hahnemann si comportò con questo, un composto potenzialmente tossico, nella maniera più saggia, ponderata e sicura che si possa pensare: ne assunse più o meno due etti al giorno, per qualche giorno.

Maledetto pazzo.

Intossicatosi di brutto, sperimentò quindi dei sintomi molto simili a quelli delle febbri malariche, ma in forma attenuata. Il suo ragionamento fu dunque il seguente: “so che questa cosa attenua i sintomi delle febbri intermittenti, ma so anche che se la assumo avrò sintomi molto simili a quelli delle febbri stesse. Allora, per guarire qualcuno da una malattia devo dargli qualcosa che gli causi dei sintomi analoghi a quelli della malattia, ma in forma più attenuata, in modo da cercare di non ammazzarlo nel processo”.

Va bene, forse non l’ha pensata PROPRIO così, ma il senso era quello.

La cosa più importante che concluse, però, era che per determinare quali sostanze fossero indicate per il trattamento delle malattie queste andassero sperimentate su delle persone sane, e solo quelle capaci di indurre i sintomi cercati fossero adatte. Chiese così a dei volontari di assumere piccole dosi quotidiane di varie sostanze di origine animale, vegetale e minerale e di riportare su un quaderno il proprio stato generale giorno per giorno; questo diario gli sarebbe poi stato consegnato ed Hahnemann avrebbe tratto le proprie conclusioni circa l’utilità o meno di un composto.

Se ti andava bene sperimentavi il polline. Altrimenti, buon divertimento col “Menstruum”.

Visto che i sintomi indotti dovevano essere appena percettibili (non si può dire che non ebbe imparato dall’esperienza), le dosi usate per trattare le malattie erano infinitesimali. Una decina di anni dopo, trattando la scarlattina, estremizzò il ragionamento sino ad usare le diluizioni estreme che oggi portano ai granuli di zucchero – quelli da cui sono partito.
Ecco tutto.

Vale la pena sottolineare come, con questo metodo, Hahnemann fece provare davvero di tutto ai suoi volontari: quella sul “Menstruum” non era una battuta e nel prontuario omeopatico c’è più o meno ogni cosa, dal fegato di anatra allo zolfo. Ma tranquilli, le diluizioni sono tali che alla fine tutto quello che resta è acqua.

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Madartlab illustra come effettuare una succussione. Qui però non ci sono né il cuoio, né la Bibbia. Sono confuso.

Ah già, a seguito di una serie di altre osservazioni e di conclusioni tratte inferendo giusto giusto qualche dato, Hahnemann concluse che non solo i principi attivi dovevano essere diluiti in maniera demenziale (fino a che alla fine nell’acqua non resta altro che… acqua), ma anche che fra una diluizione e l’altra il boccettino doveva pure essere sbatacchiato un tot di volte su una superficie di cuoio. Il medico, se non sbaglio, sbatteva il recipiente cento volte su una Bibbia rilegata in cuoio. Questo dovrebbe dinamizzare la soluzione, ed è il vero motivo per cui il medicinale omeopatico funziona, perché libera la spiritualità del principio attivo, permettendo al suo spirito dinamico di impattare sull’organismo e…
…no davvero, non lo so. Se volete su Internet c’è una tonnellata di roba da leggere su questo processo, che è chiamato “succussione”, “dinamizzazione” o “potentizzazione”.
Dai, andiamo avanti.

La chimica non c’entra nulla

Per quanto mi addolori scriverlo, la chimica non può evidentemente fornire una spiegazione convincente del fenomeno omeopatia.

Nel senso, la chimica si è già espressa: nei flaconcini sadici c’è solo zucchero. Saccarosio e lattosio – la formulazione esatta dipende dal produttore. Ma è tutto.

La Rete è strapiena anche di articoli che illustrano per filo e per segno come, al di sotto di un certo livello di diluizione, corrispondente ad un quantitativo inferiore ad un numero di Avogadro di…
…dai, regà. Tutto questo non ha senso, è ovvio; ma devo davvero spiegarvelo? La roba stradiluita, i granuli di zucchero che non contengono nulla, lo sbatacchiare i boccettini, le conclusioni strambe… è una questione di buon senso, non è che ci voglia un chimico per trarre le conclusioni: ‘sti trattamenti non servono a niente. Non hanno alcuna azione farmacologica. A meno che uno non sia diabetico o intollerante al lattosio. In quel caso so’ cazzi (almeno potenzialmente).

Nel cercare materiale per questo articolo mi sono imbattuto in una nutrita serie di pagine che spiegavano, invece, come e perché i trattamenti omeopatici funzionino, citando anche articoli scientifici a sostegno di questa tesi. Sono andato a leggermi alcuni di questi articoli, e una volta grattata la superficie non ho potuto che constatare che arrivano a conclusioni… imbarazzanti. Lo ripeto: i trattamenti omeopatici non servono a nulla, da un punto di vista farmacologico.

Ma il punto non è quello.

L’importante non sono i farmaci

Hahnemann era un uomo del suo tempo.
All’epoca in cui questi operava, le conoscenze biomediche erano incredibilmente arretrate rispetto a quelle odierne, anche se da esse ci separano solo poco più di due secoli: i medici utilizzavano una serie di trattamenti basati quasi esclusivamente su conoscenze empiriche (“boh una volta ha funzionato questo, proviamo…”), sottoponendo i pazienti a pratiche che oggi lasciano sbalorditi, per quanto erano brutali ed infondate.

Il signore lamenta un dolore al piede? Un bel salasso e via!
E se non funziona, purga!

La scoperta di virus e batteri come causa delle malattie arrivò non prima della fine dell’800, grazie al memorabile lavoro di Robert Koch; Fleming identificò il primo antibiotico solo nel 1928.

In un mondo in cui i pazienti morivano più spesso per i trattamenti che per alcune malattie, Hahneman ritenne di dover dare una svolta al modo in cui questi venivano curati. Ottenne risultati straordinari proprio perché, a differenza degli altri medici, inconsapevolemente non li sottoponeva ad alcuna terapia: nei casi di malanni poco gravi, l’organismo del paziente era (ed è) perfettamente in grado di rimettersi da sé, semplicemente perché la persona entrava nello stato mentale di “stare facendo qualcosa” per il proprio benessere. L’effetto placebo è molto potente, ed Hahnemman lo sfruttava senza saperlo, convinto di stare somministrando ai pazienti dei veri farmaci.

Non era un cretino: la scienza, semplicemente, funziona così. Si imboccano vicoli ciechi, ci si accorge di aver sbagliato strada, si torna indietro, si prende un altro sentiero e ci si porta dietro tutto quanto si è appreso dagli errori precedenti, cercando di non ripeterli.

E intanto c’è la pressione dei supervisori, la frustrazione infinita, l’ansia da pubblicazione… vabbè, ma non stiamo parlando di quello, ok?!?
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La bellissima tavola periodica degli elementi di Mendelev, ad esempio, è la lontana discendente delle tavole di classificazioni alchemiche come questa. E non c’è nulla di cui vergognarsi.

Sebbene Hahnemann abbia fornito importantissimi spunti di studio e riflessione ed abbia gettato le basi per il metodo dei trial clinici dei farmaci, è evidente come oggi tutto il sistema di pensiero alla base dei suoi trattamenti sia obsoleto e superato.

Ma non è per i granuli che molte persone si curano con l’omeopatia. Moltissime di queste, anzi, sanno perfettamente che nei granuli non c’è niente.

L’importanza dell’attenzione alla persona

Non è il mio campo e non porterò dati quantitativi in questo senso, quelle che seguono sono per lo più opinioni personali. Ma credo che la differenza fondamentale stia nel rivolgersi ai medici che hanno ottenuto la qualifica di omeopata. Questi (che restano dei medici a tutti gli effetti, è fondamentale tenerlo a mente) rispetto ai propri colleghi sono spesso molto più rassicuranti verso i pazienti ed attenti alla persona, più che alla malattia in quanto tale. In un ambiente sanitario in cui spesso i professionisti sono sbrigativi e a tratti bruschi, gli omoeopati si presentano come disposti all’ascolto del paziente che hanno di fronte. E per molti ciò arriva come acqua fresca nel deserto.

Disclaimer: è ovvio che si tratta di un gruppo umano, e che come tale al proprio interno include eccellenti professionisti e ciarlatani manipolatori, con tutte le sfumature possibili nel mezzo. È anche evidente come la maggiore disponibilità di ascolto ed attenzione rispetto ai medici “non omeopati” possa semplicemente essere frutto di suggestione o, più probabilmente, di un attento “marketing” da parte degli omeopati. È difficile stabilirlo, si tratta di un fenomeno umano complesso; allo stesso modo, sarebbe folle pensare che non esistano, che so, cardiologi che ascoltano e siano attenti a chi hanno di fronte.

L’impressione però resta quella: chi va dall’omeopata lo fa per essere ascoltato e preso in considerazione più di quanto non lo sarebbe nei cinque minuti concessigli dal medico della mutua. O dall’ortopedico che ti becchi al pronto soccorso, gradevole come una supposta uncinata.

L’ultima considerazione potrebbe essere il frutto di esperienze personali.

Credo ci sia abbondante materiale di riflessione per i nostri medici. Ma ho già invaso abbastanza un campo che non mi compete, quindi mi fermo qui. Non prima però di aggiungere che, al netto di tutto, attaccare schernendo chi si rivolge ai trattamenti omeopatici è inutile, dannoso e, oltre una certa soglia, veramente da sfigati.

Pensateci.

In conclusione

Insomma, sinché si è in forze e si parla di raffreddori e non di tumori, non ci vedo nulla di male nell’assumere dei granuli di zucchero convinti di farsi del bene: la sola “coccola” derivante da quell’atto spesso aiuta molto, nel processo di guarigione spontanea.

Non posso però fare a meno di pensare che quello zucchero può costare 1050 Euro al chilo (nel  2011, oggi forse pure di più), e che quei soldi finiscono nelle tasche di chi suggerisce che quello zucchero possiede proprietà che, in realtà, non ha.

Penso inoltre alla “catena umana“, il concetto che introducevo già parlando del Sarin: per vendere quello zucchero (e quei dannati ma bellissimi flaconcini) vengono utilizzati tonnellate di materiali, molta energia per far funzionare i macchinari, un numero imprecisato di camion che lo trasportano alle farmacie e, soprattutto, una gran quantità di tempo di vita e di lavoro di parecchie persone.

Non cerco dei dati precisi perché voglio restare di buon umore.

Ne vale la pena?


GRAZIE di aver letto sin qui! Fatemi sapere che ne pensate nei commenti.

Nonostante in qualche punto mi sia lasciato andare ad un po’ di sarcasmo, non credo che l’approccio duro e sprezzante verso l’omeopatia serva a far cambiare idea a chicchessia (ma è poi necessario?), né, in tutta franchezza, che aiuti ad apparire particolarmente fighi.
Detto questo, linko un articolo di Medbunker sul tema: Salvo di Grazia è invece piuttosto duro al riguardo, però qui illustra bene perché granuli e globuli non possono proprio funzionare.

Di mio, ribatto ancora sul punto che lo scherno rivolto alle persone è, invece, sgradevole e inutile. Dialoghi e letture di quel tenore mi hanno veramente scocciato.

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