La chimica dell’amore

 

E così le amiche di Amori 4.0 mi hanno chiesto di imbrattare il loro blog con un breve pezzo sulla biochimica che sta dietro all’insieme di sensazioni che il popolaccio chiama “amore”.

Pessima idea.

E siccome parliamo di “amore”, cioè di un concetto effimero, soave, descritto da secoli di letteratura di altissimo livello eppure mai pienamente definito, anzi la cui definizione si potrebbe paradossalmente dire indefinita, collettivamente generata in maniera pan-umana e transculturale,

cosa cavolo ho scritto?

sarebbe decisamente un peccato se qualcuno distruggesse tutto descrivendo questo “amore” come un processo neurochimico attraverso cui due esseri umani giungono all’accoppiamento.

Non vedo l’ora.

Prima viene la bestia

E così, capita. Due individui, che per semplicità descriveremo di sesso maschile e femminile ma qualsiasi altra combinazione andrebbe bene

con ‘ste psicologhe bisogna sempre fare attenzione

si incontrano e… si attraggono. Per qualche misteriosa ragione, l’ipotalamo decide che il corpo ha bisogno di più ormoni: allora fa partire una lunga quanto noiosa da descrivere cascata ormonale. Questa provoca un aumento degli ormoni in questione: testosterone per i maschi ed estrogeni per le femmine.

Che causano… desiderio sessuale.
Ebbene sì: il primo step dell’ “amore” è quello del desiderio. Stacce.

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Lui è il colesterolo. Ti fa paura, eh? L’organismo lo usa come base per la biosintesi di testosterone ed estrogeni. Non fa più così paura, eeeeh?

Già in questa fase, tra l’altro, si può assistere ad una diminuzione dell’attività delle aree cerebrali che regolano il pensiero critico, la coscienza di sé ed il comportamento razionale.
Tutto bene, non farai nulla di imbarazzante in questa fase.

E i famosi feromoni? Beh, la nostra specie si affida fortemente al senso della vista, sia nella vita in genere, sia nel trovare potenziali partner. La maggior parte degli animali, però, si affida ad una serie di messaggeri chimici per la comunicazione riproduttiva: questi messaggeri sono i famosi feromoni (o “ferormoni”… anche io sono impazzito a lungo per capire se ci fosse una grafìa corretta), che in realtà sono definiti più o meno come ormoni che influenzano il comportamento di altri organismi rispetto a quello da cui vengono prodotti. Fra queste influenze c’è, ovviamente, la disponibilità all’accoppiamento. L’esistenza stessa dei ferormoni (uso entrambe le grafìe così vi incasino) e dell’organo preposto a percepirli presso gli esseri umani è dibattuta,

ma proprio una roba tipo “non li ho trovati, ti dico!”
“No, sei tu che non sei buono a capire quando un feto morto ce l’ha!”,
cose così. Incredibile.

quindi devo deludervi e non parlarne per nulla. Mi spiace, però posso consolarvi dicendo che i feromoni appartengono ad una classe di composti con un nome fighissimo: i semiochimici.

Poi, le frecce avvelenate di Cupido

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Cupido – che se ti innamori a Papua Occidentale ti appare così.

Poco fa abbiamo lasciato i nostri due simili in un bagno di ormoni steroidei, che verosimilmente avranno fatto il loro lavoro di aumento del desiderio e portato a logiche conseguenze. Nel frattempo i due avranno pure fatto in tempo a rivestirsi, ma siccome parliamo di amore non finisce tutto qui.
Dopo il desiderio, avremo quindi il secondo step, quello dell’attrazione. Ora i livelli di una sostanza presenti nel sangue si innalzano: questa è la β-feniletilammina (PEA), che si rinviene in quantità scarse nel sangue di chi è affetto da ADHD  (disturbo dell’attenzione) ed allo stato puro è una sostanza corrosiva.

Per dire.

E’  questo il veleno di Cupido. Normalmente, la PEA agisce da regolatore dell’umore e dello stress, ed aiuta nella concentrazione. Ha però fama di tipica “molecola dell’innamoramento”, e con delle buone ragioni: ha infatti anche l’effetto di attivare l’aumento di altre due sostanze in circolo, la noradrenalina e la dopamina. La prima è un eccitante, e causa il sentimento di agitazione, con il seguito di manifestazioni come mani sudaticce e alte amenità. La seconda è una notissima molecola che, per dirla in brevissimo, attiva il circuito cerebrale della ricompensa e fa dire “ancora”: insomma, in questa fase l’amat*

dio quanto li odio, ‘sti asterischi. Và che mi fanno fare…

causa dipendenza ed agitazione.

Ah, e pare pure che in questa fase si verifichi una diminuzione dei livelli sanguigni di serotonina, una molecola coinvolta nell’appetito e nel sonno.
Chi altri ne ha livelli molto bassi? Ma chi è affetto da disturbo ossessivo-compulsivo, che domande.

No, ma è tutto molto bello.

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Però è illustrato in maniera spettacolare da Compound Interest.

Il colpo di grazia

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Cosa è successo a questo blog?

Dopo un periodo di tempo più lungo, il danno viene concluso dal rilascio di ossitocina e vasopressina. Si entra così nell’ultima fase, quella terminale in cui il paziente può dichiararsi perduto, dell’attaccamento. In realtà, proprio per effetto di questi ormoni la relazione in questa fase tende a diventare più “amicale”: la fase di attaccamento si osserva anche in rapporti di amicizia, nel legame figlio-genitore e in altre relazioni intime ma prive di desiderio ed attrazione.
La concentrazione nel sangue di ossitocina, detta anche “ormone delle coccole”,

e che dopo la “molecola dell’innamoramento” fa sparire ogni resto di rigore da queste pagine,

sale alle stelle poco prima del parto, dando anzi inizio al processo, e resta a livelli elevati anche durante l’allattamento, perché tra le sue funzioni ha quella di stimolare le ghiandole mammarie a produrre il latte materno. Le sensazioni di benessere legate all’innamoramento sono rafforzate dall’ossitocina in una sorta di feedback positivo, rafforzando la sensazione di legame verso le persone amate in genere.

Ah, e la vasopressina è anche nota come ormone antidiuretico. Se amate qualcuno, insomma, dovreste andare in bagno un po’ meno spesso. Non so, magari aiuta.

Tutto molto bello

però anche no. E’ un bell’elenco di sostanze amorose; sembrerebbe che basti assumere queste sostanze regolarmente per vivere un’esistenza di amore e serenità. Purtroppo non funziona così, perché gli ormoni e i neurotrasmetittori che ho citato in questa carrellata non sono necessariamente associati al sentimento tutto sommato positivo

ecco, l’ho scritto

dell’amore. Oltre alle circostanze che ho già descritto, la dopamina ha un ruolo fondamentale anche in condizioni di dipendenza da cibi o droghe d’abuso: queste ultime, in particolare, scombinano il sistema di regolazione della produzione di dopamina, causando la sensazione di insoddisfazione perenne tipica dei tossicodipendenti gravi (però è un argomento lungo e complesso, che qui posso solo accennare). La sensazione di attaccamento dovuta all’ossitocina sembra possa condurre a difendere i membri del proprio gruppo sino a condurre al pregiudizio, o addirittura alle guerre.

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…ma guerre un po’ come questa di Banksy

Insomma, nonostante una discreta conoscenza dei meccanismi neurochimici che stanno dietro le quinte del fenomeno che chiamiamo “amore”, sembra che questi non possano ancora essere hackerati a piacimento per via farmacologica, e l’amore sia ancora frutto essenzialmente delle nostre scelte, grandi o piccole che siano.

Tsk.

Ma un giorno…


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Ci sono davvero moltissime fonti al riguardo, non sempre concordi, oltre agli articoli linkati; in particolare segnalo questo articolo dell’università di Harvard di cui il mio in alcune parti è quasi una traduzione (e lo scrivo così, senza vergogna).

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Caffeina e teina sono la stessa cosa

Tempo fa feci un semplice post sulla mia pagina Facebook con questo titolo, post che risvegliò un interesse che francamente non mi aspettavo. Successivamente, nel corso di una conversazione fra colleghi, tirai fuori questa nozione per qualche ragione

che non ha nulla a che fare con sventolamenti narcisistici, eh

ed assistendo alle espressioni di stupore di professori e ricercatori, ho deciso di riordinare un po’ meglio quelle poche righe e riproporle qui. Non che ci sia voluto molto: il concetto è solo uno, alla fine.

E comunque l’umanità ne ha bisogno
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La struttura della molecola di caffeina

Nessuna differenza. Nessuna.

Tutto nacque sentendo un’amica della mia compagna dire “sono allergica alla caffeina, ma non alla teina“.

Volevo obiettare, ma uno sguardo dalla donna che amo mi fece desistere.
Vedi poi che ci lamentiamo della scarsa diffusione della cultura scientifica…

Vabbè. Io però fossi in lei cambierei allergologo: le due sono la stessa molecola. Lo sappiamo già dal 1838, anno in cui Gerardus Johannes Mülder e Carl Jobst hanno dimostrato che tra le due non c’è differenza.

Se un caffè vi fa più effetto di un tè, i motivi possono essere molteplici. La pianta del tè di solito contiene più caffeina che i semi del caffè, ma la quantità varia fra le varietà di tè; un tè spesso è più leggero perché l’infusione è un processo estrattivo meno efficiente rispetto a quello che si verifica nella preparazione del caffè. E non va sottovalutato l’effetto placebo nel bere il caffé.

 

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La struttura della molecola di teina. Trova le differenze.

Guardate che bella che è la molecola di caffeina. O di teina. Perché mentirle dicendo che ha una “gemella” che in realtà non esiste? 

“E’ un gioco, cazzo!”

O “due consigli per giovani ricercatori“.
Ma ammetterete che c’è una certa differenza di impatto, fra i due titoli.

Chiedere ai veterani

Poco meno di un anno fa ho avuto la fortuna di trascorrere un periodo di ricerca negli Stati Uniti, presso il Connecticut College di New London, CT.  E’ stato un momento fantastico da un punto di vista “lavorativo” (le virgolette sono d’obbligo secondo me: non riesco a considerare la ricerca unicamente “il mio lavoro”, non più di quanto un prete possa fare col proprio, credo), durante il quale ho avuto la fortuna di incontrare alcuni docenti di grandissimo successo nel mondo della ricerca.
In quell’occasione sono riuscito ad avere la sfacciataggine di porgere ad alcuni di questi una domanda che mi propongo di porre sempre più spesso, e che credo tutti coloro che come me sono all’inizio del proprio percorso nel mondo della ricerca scientifica, un mondo incredibilmente complicato e che sa essere estremamente contraddittorio, dovrebbero porre il più spesso possibile: “se potessi dare un solo consiglio ad un ricercatore all’inizio della sua carriera, quale consiglio gli daresti?

Non che sia stato molto difficile, in realtà – trovare la sfacciataggine, dico.

Primo suggerimento: persegui interessi diversi

Due di questi (di cui non pubblico i nomi non avendo chiesto loro il permesso di farlo, scusate), provenienti da campi distanti fra loro come la chimica organica e l’inorganica,

FERMA, lo so, ha la credibilità di un norvegese che dice di essere “molto diverso” da uno svedese. Ma in questo caso sono davvero due cose molto diverse, giuro!

mi hanno date due risposte sorprendentemente coincidenti: in entrambi i casi, il singolo, prezioso suggerimento si riassume in “interessati di tante cose diverse, non limitarti al tuo campo preferito“. Relativamente, alla propria esperienza personale, il primo dei due professori declinava il suggerimento in “sto conducendo una ricerca molto distante da quello in cui mi stavo specializzando, se non avessi fatto X adesso non potrei mai star studiando Y”. Nel secondo caso, invece, mi è stata restituita una opinione più rivolta al futuro, non priva di un po’ di malinconia: “io ho studiato e praticato esclusivamente chimica organica, e non ho mai potuto dedicarmi ad altro. Ad un giovane, adesso, raccomanderei invece di non fossilizzarsi così su un singolo campo della chimica”.
Ma è sorprendente come i due consigli indirizzassero esattamente dalla stessa parte: resta aperto a campi anche molto distanti dal tuo, e non aver paura di sperimentare.

L’ho trovato ancor più sorprendente, e a dirla tutta confortante, specialmente perché esplicitamente applicato ad un campo di scienza dura come la chimica che, come tutte le sue “sorelle”, soffre molto della sindrome da iperspecializzazione: “se hai un curriculum da analitico, non potrai mai passare alla chimica fisica”, pensavo. O meglio, sono stato portato a pensare. Dall’altra parte dell’oceano, invece, ho ricevuto il suggerimento diametralmente opposto: non fissarti su un aspetto solo della scienza, o rischi di esaurire le carte da giocare.

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L’autore di questo, per esempio, era tutto fuorché specializzato.

Secondo suggerimento: divertiti!

A fine anno scorso, ho avuto la fortuna di incontrare uno dei docenti del mio dipartimento poco dopo il suo pensionamento: si tratta, fra l’altro, dell’autore di uno studio che se non sbaglio (non sono un esperto, chiedo venia) ha avuto un grande impatto sulla ricerca sull’HIV, oltre che di una persona incredibilmente alla mano.

Tratto comune a moltissimi “grandi”, fateci caso.

Dopo qualche esitazione, ho posto anche a lui la stessa domanda. Lui ha alzato gli occhi dalle vecchie carte su cui era chino, ci ha riflettuto un momento e mi ha dato la risposta più bella che riesca ad immaginare: “…divertirsi. Di continuare a divertirsi, di non perdere la dimensione artigianale. E di fare attenzione alle cose inaspettate che vengono fuori“.

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Se non è divertente, qualcosa non sta funzionando.

Poi mi ha spiegato che quelle vecchie carte che stava guardando erano proprio i dati da cui è originato il famoso studio. E mi ha raccontato della sua genesi, che ovviamente è stata totalmente casuale: un campione di sangue che doveva essere un bianco, una sorta di “punto zero” rispetto al quale valutare i campioni di pazienti malati, ha rivelato un comportamento inatteso. E allora la spiegazione di questo comportamento ha aperto, a cascata, la strada a tutta una serie di altre scoperte inaspettate, piccole di per sé, ma che hanno permesso, alla fine, di concludere uno studio che è stato fondamentale per lui e molto importante per il campo di cui si occupava.
Ma questo non sarebbe stato possibile, senza la volontà di “inseguire”, di volta in volta, i comportamenti inattesi che i fenomeni, di volta in volta, di passo in passo, mostravano.

 

Non credo lo dimenticherò mai, mentre concludeva: “E allora uno vede che succede questo, ma non ti spieghi perché, e allora vuoi andare avanti, capire… poi scopri che c’è un’altra cosa che non funziona come ti aspetti, e devi lavorarci ancora, ma a quel punto sai che non puoi mollare, devi assolutamente andare ancora avanti…”

Poi si è fermato un attimo, per voltarsi di nuovo verso di me e darmi la sua ultima, fondamentale considerazione al riguardo. Che ci tengo a lasciarvi:

…è un gioco, cazzo!

Sorrideva.

La feniltiocarbammide e l’oggettività delle percezioni

Oggi una conversazione su Facebook mi ha riportato alla mente un composto che mi sta molto simpatico: la feniltiocarbammide.

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Che ha questa faccia qui

La feniltiocarbammide (il cui nome di battesimo in realtà è feniltiourea… in ogni caso la chiameremo con il nome per amici di “PTC”) possiede una strana proprietà: a seconda dell’individuo che la assaggia, la PTC ha un gusto estremamente amaro, oppure un blando sapore amaro, oppure non ha alcun gusto.

Segue pallosissima spiegazione tecnica del fenomeno. Liberissimi di passare al paragrafo successivo.

Questo si spiega con un polimorfismo genico: la PTC viene percepita dal recettore del gusto codificato dal gene TAS2R38. Questi può assumere tre diverse forme che a loro volta si combinano con altri geni dando, alla fine, vita a due

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I piselli verdi, gialli, lisci, rugosi… è quella roba lì.

diversi “set” di recettori (più alcuni altri, in realtà, che però sono rarissimi e faremo finta di niente). Questi due si chiamano AVI e PAV: i recettori AVI non percepiscono il sapore della PTC, quelli di tipo PAV invece sì.

Siccome il nostro corredo genico è fatto da due copie dello stesso gene, che però possono essere diversi fra loro, alla fine dei fatti abbiamo tre possibili combinazioni per TAS2R38: PAV/PAV, AVI/PAV o AVI/AVI, a seconda che l’individuo sia omozigote o eterozigote.

 

Ecco allora che si delinea un parallelismo elegante fra la sensazione di amaro della PTC e la situazione genica di TAS2R38: una persona PAV/PAV percepirà la PTC come estremamente amara, una AVI/PAV sentirà il gusto lievemente amaro mentre ad un individuo AVI/AVI pare di assaggiare acqua fresca.

L’illusione della realtà oggettiva

Il comportamento della PTC è noto dal 1931, e da allora è stato ampiamente utilizzato come esperimento didattico nelle università per illustrare gli effetti del polimorfismo genico: a seconda della variante di cui sei dotato, percepirai la PTC in un modo o nell’altro.

Quando studiavo a Biologia, facemmo questo esperimento in laboratorio: l’aspetto più interessante non fu la perfetta corrispondenza con le aspettative o l’eleganza della tecnica (che comunque è fantastica), ma la sensazione provocata dal confronto fra le varie esperienze. Mi accorsi che, in effetti, non era semplicemente possibile scambiarsi le impressioni con chi la PTC la percepiva diversamente da sé: le diverse percezioni facevano sì che non si parlasse di diverse interpretazioni di un fenomeno, ma proprio di fenomeni diversi.

Mi piace moltissimo l’esperimento della PTC. In maniera così semplice e diretta, indiscutibile nella sua tecnicità, e tramite una sensazione così semplice ed ancestrale come quella del gusto, mostra in un attimo ed in maniera inequivocabile come le percezioni non filtrino i fenomeni, ma diventino i fenomeni stessi. E’ un problema con cui filosofi e psicologi si confrontano dall’alba dei tempi delle rispettive discipline, ma trovo che niente lo renda evidente così semplicemente come fa la PTC.

Credo che da oggi mi sforzerò di pensare alla PTC quando mi confronto con qualche opinione profondamente diversa dalle mie su temi che mi stanno pericolosamente a cuore: le opinioni che abbiamo dei fatti derivano inevitabilmente da ciò che di essi percepiamo. E, sebbene mi renda conto che il salto sia azzardato, la PTC mi ha insegnato bene che non siamo fisicamente equipaggiati per vedere le questioni in maniera oggettiva. Figurati per elaborarle allo stesso modo.

E comunque, ha un sapore che fa veramente schifo.


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Lo strano caso di Rosignano Solvay

Una storia estiva

Qualche tempo fa una mia amica mi ha detto che le avrebbe fatto piacere conoscere il mio parere circa un luogo molto particolare, e che approfondire la questione avrebbe potuto portare ad un perfetto articolo estivo di Chimica Militante.

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Finalmente, non aspettavo altro. (Mario Tama/Getty)

In effetti aveva ragione: il posto in questione sono le famigerate Spiagge Bianche di Rosignano Marittimo, a pochi chilometri da Cecina, Livorno (linko la pagina di Wikipedia al riguardo, però fate attenzione perché fa affermazioni pesanti sostenute da fonti che non sono il massimo).

Lo scenario è affascinante: i bagnanti stanno stesi al sole su una sabbia bianca che manco ai Caraibi, oppure si immergono nell’acqua turchese. Sullo sfondo, le torri di raffreddamento della sodiera Solvay (che poi in realtà non fa solo composti a base di sodio, ma quando mai ti capita di scrivere di nuovo “sodiera”?) si stagliano contro il cielo, incombendo in una maniera che definire “inquietante” è un gentile eufemismo.

E tutti sanno che il biancore delle sabbie ed il colore turchese delle acque non hanno nulla di naturale, ma sono causati dai residui di produzione della Solvay.

Spiaggia
Creepy as fuck (CDCA).

Affascinante, eh? Ma non è finita qui: Rosignano Solvay è Bandiera Blu da vent’anni.

Icecube

Ora.

Siccome amo la natura, ho trovato la storia davvero intrigante e non ho resistito a lungo all’andare alla ricerca di una risposta alla domanda “Ma scusa, facendo il bagno lì non si rischia la vita?”.

Erhm… che dirti, Vale… secondo me un po’ sì.

I Caraibi chimici

Ecco, l’ho fatto: ho usato l’aggettivo “chimico” con valenza di “artificiale, insalubre, nocivo”.

Mi ero ripromesso di non farlo, ma in effetti in questo caso caderci è piuttosto facile: l’innaturalità delle Spiagge Bianche è davvero inquietante.

E affascinante.
Ma solo se hai qualche forma di parafilia per l’aggettivo “chimico”.

La sabbia è bianca perché il canale di scolo della Solvay scarica in mezzo alla spiaggia, riversando in acqua residui di carbonato di calcio, un sale bianco che in acqua si scioglie molto poco (è il componente principale del calcare, per intenderci), che alla lunga ha

Veduta
Ma che sia diversa dal resto della costa si nota a malapena.

finito col costituire gran parte della sabbia stessa. Inoltre, l’azienda produce una grande quantità di composti sbiancanti (acqua ossigenata, bicarbonato di sodio), ed è ragionevole pensare che residui di questi si trovino nelle acque di scarico e rendano bianca la sabbia preesistente. Siccome il carbonato non si scioglie in acqua, il mare è sì turchese, ma non è trasparente: le particelle bianche restano in sospensione, rendendo l’acqua chiara ma opaca.

Un problema di tossicità

Una delle pratiche più impressionanti messe in atto da alcuni bagnanti è fare il bagno proprio nei pressi dello scarico (!), perché “il bicarbonato fa bene alla pelle”.

Fare il bagno negli scarichi industriali… cosa potrà mai andare storto?
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¡Vamos a la playa!

Che ciò faccia impressione, però, non è particolarmente indicativo: il carbonato di calcio, il bicarbonato di sodio ed altri sali presenti negli scarichi, come il cloruro di calcio, in effetti non sono tossici.

Il problema sorge però quando si iniziano a fare delle analisi che dicano come stanno realmente le cose. Nel rapporto dell’Agenzia regionale per la Protezione Ambientale della Toscana (ARPAT), emerge come il contenuto di mercurio nelle acque di Rosignano superi la soglia raccomandata dagli Standard di Qualità Ambientale. A questo si aggiunge anche il superamento dei limiti un po’ in tutta la regione per stagno (tributilstagno), arsenico e cromo, non esattamente dei toccasana; se poi si prendono in considerazione i sedimenti, cadmio e mercurio sono troppo elevati qui come altrove.

La cosa forse più interessante, però, è una tabella presentata inizialmente: qui si evince come le acque di TUTTA la costa toscana, ad eccezione di quella dell’Arcipelago delle Isole Minori, si trovino in un buono stato ecologico, ma non in un buono stato chimico. E nei criteri di balneabilità non rientra lo stato chimico delle acque, ma quello microbiologico, ossia riguardante la presenza di batteri che possono portare malattie.

In conclusione

Intendiamoci, nulla di tutto ciò fa sì che chi si fa un bagno nelle acque turchesi delle Sabbie Bianche non ne esca vivo. Però certamente avere la pelle a contatto con tanti metalli pesanti (che la pelle la attraversano, specie mercurio e tributilstagno) alla lunga porta a dei problemi.

L’impressione è che sia tutto… molto strano. Cioè, tutti sanno che l’acqua è inquinata, voglio dire, l’acqua è palesemente inquinata, eppure in buona sostanza i frequentatori della spiaggia se ne fregano allegramente e si buttano lo stesso in mare. C’è un divieto di balneazione, è vero, ma riguarda unicamente qualche decina di metri di spiaggia a partire dal canale che… scarica in mezzo alla spiaggia stessa. E comunque di fatto viene ignorato.

Cercando informazioni in Rete su Rosignano, poi, mi ha colpito un fatto in particolare: ogni volta che si parla di questa spiaggia, fra i commenti agli articoli spunta qualcuno del luogo che difende a spada tratta la spiaggia e l’azienda, dicendo in sostanza che le notizie sugli inquinanti sono tutte bugie.

Non lo sono. E lo dice una agenzia pubblica toscana, non io. Però tutto ciò mi ricorda molto uno dei maggiori pericoli che si corrono in laboratorio: le sostanze più insidiose non sono quelle corrosive, come gli acidi forti. Queste sono evidentemente pericolose, ed il nostro cervello ci difende istintivamente da loro. Al contrario, i solventi tossici come il diclorometano non fanno nulla sul momento… ma sono quelli la cui inalazione cronica può portare a problemi anche molto gravi.

E qui è un po’ lo stesso. Una ragazza intervistata dal Secolo XIX dice che il luogo “[…] nel weekend è invaso dai turisti. Significa che il mare non è così inquinato come sostiene qualcuno»”.

Purtroppo, però, non funziona così.


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Cannabis: D&R

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Se c’è una cosa che non manca, sull’Internet, sono le immagini a tema “ganja”.

Qualche tempo fa ho chiesto sulla pagina Facebook quali fossero gli aspetti del consumo di Tetraidrocannabinolo (anche detto “THC” o “(-),- trans-Δ9-Tetraidrocannabinolo” o “Franco”) che risultassero più interessanti a chi mi legge.
Ecco che ne è uscito.

Un casino, ovviamente.
Mannaggiavvoi.

Ah, un’avvertenza: ho trasformato “consumo di THC” in “consumo di cannabis”. Questo perché nell’erba e nei suoi derivati sono presenti un’ottantina di cannabinoidi vegetali, e a mia conoscenza sono molto pochi quelli che assumono THC puro, mentre sono in molti quelli che si fanno le canne.

“Pochi”, “molti”. Vedi come inserisco l’aspetto quantitativo in maniera elegante, comprensibile e rigorosa?

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Tecnicamente, con l’alcol ti sbronzi (è proprio un termine IUPAC).
Più volgarmente, è un “depressivo del sistema nervoso centrale”. Agisce a livello dei recettori che si trovano nelle sinapsi neuronali, stimolando una trasmissione del segnale inibitoria o, per così dire “calmante” (tecnicamente è quella GABAergica, vabbè), mentre inibisce quella stimolante (o glutamatergica). Nel frattempo aumenta i livelli di endorfine e di serotonina, inibendo da un lato il dolore e dall’altro dando sensazioni di eccitazione ed euforia. Non fare finta di non sapere di cosa parlo.

Trovo il THC molto più interessante perché, a differenza dell’alcol, non agisce in maniera aspecifica, su “quello che trova là”: i neuroni fanno un lavoro diverso, nella vita, dal rispondere agli stimoli dell’alcol,

il che probabilmente è un peccato,

ma il THC è una molecola molto più interessante.

THC
…com’è che non avevo ancora messo una formula di struttura?

Non agisce, infatti, a casaccio nell’organismo. L’etanolo viene assimilato, va in giro, trova più o meno casualmente nei neuroni della roba su cui può interagire e alla fine lo fa.
Il THC è molto più signorile: agisce su un sistema scoperto di recente, che serve a modulare l’intensità di risposta del sistema nervoso e del sistema immunitario: il sistema endocannabinoide. Magari ne parlerò più avanti in maggior dettaglio (però con moderazione che è il mio oggetto di studio ed è un attimo che mi parte il wall of text).

Detta in brevissimo (e nella solita maniera pressapochista), comunque, il sistema endocannabinoide serve a regolare l’intensità della risposta del sistema nervoso centrale e del sistema immunitario. Ecco spiegati gli effetti del THC. “Regola l’intensità della risposta”, però, non vuol dire un cavolo: in pratica, significa che agisce su una miriade di processi fisiologici, ad esempio appetito, senso di benessere generale, ansia e stress, dolore, capacità di coordinazione nei movimenti. Considera inoltra che l’intensità di ognuno di questi effetti (e di molti altri) effetti è dose-dipendente, dipende cioè da quanto principio attivo hai assunto. Questo, unito alla risposta individuale ai farmaci, spero dia una idea della variabilità dell’esperienza.


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La cosa più affascinante, secondo me, dell’uso terapeutico è che è davvero molto molto antico, più di quello stupefacente: il primo indizio scritto di ciò si ha in un papiro di circa 3700 anni fa, in cui si parla dello “shemshet”, che verosimilmente è proprio la cannabis.

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“Shemshet” (Russo, 2007)

Insomma, sembra che già gli antichi Egizi la prescrivessero per disturbi a unghie, occhi ed utero, per eliminare vermi parassiti e per calmare i dolori mestruali.

Oh, secondo me li fa ancora passare.

Ad oggi, la cannabis e i farmaci derivati dai suoi principi attivi sono utilizzati per trattare tutta una serie di condizioni, molto ben elencate e gerarchizzate dalla voce di Wikipedia Italia, che non sto qui a riportare.

Accenno invece rapidamente ad un’altra cosa: man mano che si scoprono le funzioni che il sistema endocannabinoide regola, si scopre che sono veramente tantissime.

Fra queste:

  • Funzioni cognitive, memoria, coordinazioni, funzioni motore, percezione del dolore, appetito, nausea
  • Metabolismo del glucosio (-> diabete)
  • Pressione intraoculare
  • Effetti cardiovascolari
  • Effetti riproduttivi
  • Metabolismo osseo
  • Crescita e diffusione delle cellule di alcuni tumori

Questo (e l’elenco è largamente incompleto), a livello di sviluppo di farmaci, è un insieme di funzioni sia incredibilmente interessante sia incredibilmente difficile da gestire: se un solo sistema fisiologico può avere un effetto su tutte queste funzioni, basta probabilmente sviluppare dei farmaci specifici per questo sistema per agire su una gamma vastissima di condizioni. D’altro canto, per agire precisamente su una di queste situazioni, occorrono essere in grado di regolare l’attività di queste sostanze in maniera estremamente fine.

Il modo migliore per ottenere farmaci del genere? Fare ricerca.

Ah, e sull’uso culinario… l’Internet è la tua prateria 😀


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Mavvà, questi vogliono solo la droga.

E io faccio sempre casino.

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Sai che ci sono davvero pochissime conclusioni certe al riguardo?
E’ paradossale, ma siccome la sostanza è illegale, fare ricerca su di essa è molto difficile.

Una review (analisi dello stato dell’arte della letteratura scientifica) del 2016 ha trovato che l’uso cronico durante l’adolescenza era correlato a lungo termine ad un QI più basso e a difetti cognitivi cronici… ma non è stata in grado di stabilire che correlazione fosse. E’ vero che il cervello durante quell’età è ancora in sviluppo, ma lo studio non ha saputo dire se fosse “fumi un sacco di canne, quindi diventi più stupido” oppure “sei più stupido, quindi fumi un sacco di canne”.

Che è il modo scientifico di dirlo. Controlla.

Per il resto, so dirti che, sempre parlando di conseguenze a lungo termine, stando ad un test fatto sui batteri il THC non è cancerogeno, ma il fumo di cannabis (come tutti i fumi, azzarderei) lo è. Anche qui, però, purtroppo i dati certi (che cancro sviluppa? Di quanto aumenta la probabilità di base?) non li abbiamo; persino per il cancro al polmone, due studi diversi sono giunti a conclusioni opposte.

Se leggi in inglese e vuoi approfondire, la voce di Wikipedia al riguardo è molto completa.


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Mah, sul metabolismo muscolare non ho trovato nulla, di certo però la cannabis peggiora le performance sportive se assunta prima della pratica… ciò nonostante, se viene trovato del THC nel sangue, si viene squalificati dalle competizioni. Il motivo potrebbe essere legato ad una grande evidenza aneddotica circa il fatto che la cannabis aiuta le prsrtazioni non in fase di gara, ma durante l’allenamento, perché aiuterebbe nel recupero. Non ho trovato dati “duri” al riguardo.

A mia conoscenza, la cannabis non influenza l’assimilazione degli alimenti, però agendo sui recettori CB1 stimola l’appetito… la famosa “fame chimica”, ecco. Uno studio, però, ha raggiunto conclusioni interessanti: il consumo di cannabis (indipendentemente dalla dose) porta ad una diminuzione del 16% dell’insulina circolante a digiuno e ha “correlazioni significative” con “un girovita più snello”.

Sulla memoria vedi sopra, ma non solo: certamente il THC ha un importante effetto sulla memoria, ma a breve termine… in tutti i sensi – vale a dire che certamente influisce negativamente su memoria e funzioni cognitive (in maniera dose-dipendente) durante l’effetto, ma a medio-lungo termine vale la carenza di conclusioni certe di cui dicevo prima.


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Allora, uno studio ha mostrato che la dipendenza può essere fisica (cioè con sintomi di astinenza) nel caso di uso “pesante”, ma anche che i sintomi di astinenza sono molto più leggeri (irritabilità e tensione fisica i più persistenti) se comparati a quelli delle droghe più famigerate, come eroina e cocaina. Circa il 9% degli utilizzatori di cannabis diventa dipendente, (molto) meno che non con queste ultime due o con l’alcol. O anche con gli ansiolitici, in effetti.


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Uh, questa è difficile e me la fa una star del web 😀

Una review del 2015 ha trovato una correlazione fra uso di cannabis e disturbo paranoide (ma anche disturbi cognitivi, ansia e aumentato rischio di psicosi). I fattori di rischio chiave sono: età di inizio uso, frequenza d’uso, potenza dell’erba utilizzata e sensibilità individuale. Ovviamente, le correlazioni individuate dalle review sono da prendere con un po’ di cautela.

E’ invece accertato oltre ogni dubbio che può indurre effetti paranoidi sul 20% degli utilizzatori, questo sì; ma parlo di effetti acuti, cioè “mentre si è in botta”.

Ad ogni modo, il DSM-5 include il “cannabis use disorder” fra le condizioni che richiedono un trattamento. Just sayin’.


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Hmmmm… anche secondo me è una cazzata 😀

Se non ho capito male mi stai chiedendo se una cosa del tipo “fumo e poi lavoro” migliori le performance; la risposta è certamente “no”. Una review del 2009 ha analizzato 20 anni di studi al riguardo e concluso che nelle 4 ore dopo l’assunzione della cannabis, le performance sul lavoro peggiorano. Questo ovviamente senza prendere in considerazione i rischi cui si va incontro nel caso in cui si venga trovati positivi sul lavoro, soprattutto per alcune mansioni.

Penso che l’impressione riportata dai tuoi colleghi (e non è la prima volta che la sento) sia dovuta al senso di euforia che dà l’assunzione della sostanza… che però non è che un’impressione :).


Whew… è fatta! Che ne pensate? Ovviamente, per altre domande, dubbi, curiosità, richieste di chiarimenti, commenti e critiche motivate i commenti sono lì apposta, qui come su FB.

Come sempre, se vi è piaciuto considerate di condividere l’articolo sui vostri social preferiti… alla prossima!


 

Il guazzabuglio dell’omeopatia

Ovviamente ambisco ad una qualche onorificenza per aver usato la parola “guazzabuglio” nel titolo di un blog.

Di cosa non sto parlando

Detesto le definizioni in negativo, ma statemi dietro un momento, per favore. La questione non è banale ed è molto, molto confusa.

Il problema è che l’omeopatia fa parte della foltissima schiera delle medicine alternative, che vengono spesso assimilate e confuse fra loro, dando vita ad una giungla retorica in cui occorre farsi strada a colpi di machete.

Che è esattamente il livello di finezza che preferisco.
machete
E che Danny Trejo incarna perfettamente, come tutti sappiamo.

Estratti naturali e rimedi erboristici (inclusi tisane, distillati, macerati, decotti, oli essenziali, tinture, impacchi, elisir, estratti secchi, divertitevipureacitarealtroneicommenti) non sono omeopatia. La naturopatia, la fitoterapia e tutte le pratiche correlate non sono omeopatia. La medicina tradizionale cinese non è omeopatia. Agopuntura, fiori di Bach, Reiki, cristalloterapia, magnetoterapia, coppettazione, ayurveda, chiropratica, sciamanesimo, Vudù e molte altre pratiche di medicina alternativa non sono omeopatia.

Anche se, essendo un nerd profondamente segnato da Monkey Island, ammetto che per me il Vudù resta su un piano superiore rispetto alle altre.

Di cosa sto parlando

contenitori
Che comunque trovo gradevoli, col loro aspetto ora un po’ alieno, ora un po’ fallico.

Sto parlando di quelle palline bianche che si trovano in tubetti palesemente ideati da ingegneri che, innamorati delle forme fantascientifiche ma inferociti verso l’umanità, hanno deciso di fornire all’utilizzatore finale il prodotto più scomodo possibile.

Seriamente… avete mai provato a farne uscire subito il numero giusto? È tecnicamente impossibile, ne sono certo.

Si parla di “granuli” e “globuli” omeopatici, a seconda delle dimensioni dei suddetti (se non erro i globuli sono quelli più piccoli ma potrei sbagliare – e comunque non ha alcuna importanza): da qui in avanti parlerò esclusivamente di granuli, ma ai fini del mio discorso i due termini sono intercambiabili.

Questi sono dei granuli di zucchero che vengono trattati con dei procedimenti complicatissimi, utilizzando macchinari costosissimi e venduti a carissimo prezzo e venduti a prezzo carissimo. E alla fine, restano dei granuli di zucchero. Senz’altro.

Fine della chimica dell’articolo. Davvero, a parte lo zucchero dentro non c’è niente. Nessun farmaco, nessun principio attivo. Ok, forse qualche residuo di produzione o di contaminazione ambientale (i contenitori sono fantastici, va bene, ma non sono frutto di qualche tecnologia superiore o venduti in confezione sterile, sotto pressione di gas inerte, qualche nientegrammo di qualcosa ci potrà pure finire, no? Un po’ di polvere, santo cielo!), ma a parte questo, dentro non c’è nulla.
Niente.
Nada.
Nix.

Oh, lo disse la portavoce della Boiron, eh.

Vabbè, ma allora di che stiamo parlando? Tutti quelli che fanno uso dell’omeopatia sono scemi? Tutti gli omeopati sono truffatori?
Io non credo proprio.
Per arrivarci, però, sono costretto a raccontare per sommi capi cos’è e come è nata l’omeopatia.

Che cos’è l’omeopatia

Nel 1790 il medico tedesco Samuel Hahnemann stava traducendo dall’inglese al tedesco la Materia medica pubblicata l’anno prima da William Cullen. Qui si imbatté nella descrizione degli effetti della corteccia di chinino, efficace nell’alleviare i sintomi delle febbri intermittenti, specialmente quelle causate dalla malaria. Cullen spiegava questo effetto con il gusto amaro e le proprietà astringenti del principio attivo contenuto nella tintura di chinino, ma Hahnemann osservò giustamente che la spiegazione non aveva senso, perché molte altre sostanze anche più astringenti del chinino non avevano alcun effetto sulle febbri intermittenti.

Schweppes
Nella foto: una soluzione acquosa di zucchero, anidride carbonica e principio attivo contenuto nella tintura di chinino.

Deciso a capire come funzionasse il chinino, Hahnemann si comportò con questo, un composto potenzialmente tossico, nella maniera più saggia, ponderata e sicura che si possa pensare: ne assunse più o meno due etti al giorno, per qualche giorno.

Maledetto pazzo.

Intossicatosi di brutto, sperimentò quindi dei sintomi molto simili a quelli delle febbri malariche, ma in forma attenuata. Il suo ragionamento fu dunque il seguente: “so che questa cosa attenua i sintomi delle febbri intermittenti, ma so anche che se la assumo avrò sintomi molto simili a quelli delle febbri stesse. Allora, per guarire qualcuno da una malattia devo dargli qualcosa che gli causi dei sintomi analoghi a quelli della malattia, ma in forma più attenuata, in modo da cercare di non ammazzarlo nel processo”.

Va bene, forse non l’ha pensata PROPRIO così, ma il senso era quello.

La cosa più importante che concluse, però, era che per determinare quali sostanze fossero indicate per il trattamento delle malattie queste andassero sperimentate su delle persone sane, e solo quelle capaci di indurre i sintomi cercati fossero adatte. Chiese così a dei volontari di assumere piccole dosi quotidiane di varie sostanze di origine animale, vegetale e minerale e di riportare su un quaderno il proprio stato generale giorno per giorno; questo diario gli sarebbe poi stato consegnato ed Hahnemann avrebbe tratto le proprie conclusioni circa l’utilità o meno di un composto.

Se ti andava bene sperimentavi il polline. Altrimenti, buon divertimento col “Menstruum”.

Visto che i sintomi indotti dovevano essere appena percettibili (non si può dire che non ebbe imparato dall’esperienza), le dosi usate per trattare le malattie erano infinitesimali. Una decina di anni dopo, trattando la scarlattina, estremizzò il ragionamento sino ad usare le diluizioni estreme che oggi portano ai granuli di zucchero – quelli da cui sono partito.
Ecco tutto.

Vale la pena sottolineare come, con questo metodo, Hahnemann fece provare davvero di tutto ai suoi volontari: quella sul “Menstruum” non era una battuta e nel prontuario omeopatico c’è più o meno ogni cosa, dal fegato di anatra allo zolfo. Ma tranquilli, le diluizioni sono tali che alla fine tutto quello che resta è acqua.

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Madartlab illustra come effettuare una succussione. Qui però non ci sono né il cuoio, né la Bibbia. Sono confuso.

Ah già, a seguito di una serie di altre osservazioni e di conclusioni tratte inferendo giusto giusto qualche dato, Hahnemann concluse che non solo i principi attivi dovevano essere diluiti in maniera demenziale (fino a che alla fine nell’acqua non resta altro che… acqua), ma anche che fra una diluizione e l’altra il boccettino doveva pure essere sbatacchiato un tot di volte su una superficie di cuoio. Il medico, se non sbaglio, sbatteva il recipiente cento volte su una Bibbia rilegata in cuoio. Questo dovrebbe dinamizzare la soluzione, ed è il vero motivo per cui il medicinale omeopatico funziona, perché libera la spiritualità del principio attivo, permettendo al suo spirito dinamico di impattare sull’organismo e…
…no davvero, non lo so. Se volete su Internet c’è una tonnellata di roba da leggere su questo processo, che è chiamato “succussione”, “dinamizzazione” o “potentizzazione”.
Dai, andiamo avanti.

La chimica non c’entra nulla

Per quanto mi addolori scriverlo, la chimica non può evidentemente fornire una spiegazione convincente del fenomeno omeopatia.

Nel senso, la chimica si è già espressa: nei flaconcini sadici c’è solo zucchero. Saccarosio e lattosio – la formulazione esatta dipende dal produttore. Ma è tutto.

La Rete è strapiena anche di articoli che illustrano per filo e per segno come, al di sotto di un certo livello di diluizione, corrispondente ad un quantitativo inferiore ad un numero di Avogadro di…
…dai, regà. Tutto questo non ha senso, è ovvio; ma devo davvero spiegarvelo? La roba stradiluita, i granuli di zucchero che non contengono nulla, lo sbatacchiare i boccettini, le conclusioni strambe… è una questione di buon senso, non è che ci voglia un chimico per trarre le conclusioni: ‘sti trattamenti non servono a niente. Non hanno alcuna azione farmacologica. A meno che uno non sia diabetico o intollerante al lattosio. In quel caso so’ cazzi (almeno potenzialmente).

Nel cercare materiale per questo articolo mi sono imbattuto in una nutrita serie di pagine che spiegavano, invece, come e perché i trattamenti omeopatici funzionino, citando anche articoli scientifici a sostegno di questa tesi. Sono andato a leggermi alcuni di questi articoli, e una volta grattata la superficie non ho potuto che constatare che arrivano a conclusioni… imbarazzanti. Lo ripeto: i trattamenti omeopatici non servono a nulla, da un punto di vista farmacologico.

Ma il punto non è quello.

L’importante non sono i farmaci

Hahnemann era un uomo del suo tempo.
All’epoca in cui questi operava, le conoscenze biomediche erano incredibilmente arretrate rispetto a quelle odierne, anche se da esse ci separano solo poco più di due secoli: i medici utilizzavano una serie di trattamenti basati quasi esclusivamente su conoscenze empiriche (“boh una volta ha funzionato questo, proviamo…”), sottoponendo i pazienti a pratiche che oggi lasciano sbalorditi, per quanto erano brutali ed infondate.

Il signore lamenta un dolore al piede? Un bel salasso e via!
E se non funziona, purga!

La scoperta di virus e batteri come causa delle malattie arrivò non prima della fine dell’800, grazie al memorabile lavoro di Robert Koch; Fleming identificò il primo antibiotico solo nel 1928.

In un mondo in cui i pazienti morivano più spesso per i trattamenti che per alcune malattie, Hahneman ritenne di dover dare una svolta al modo in cui questi venivano curati. Ottenne risultati straordinari proprio perché, a differenza degli altri medici, inconsapevolemente non li sottoponeva ad alcuna terapia: nei casi di malanni poco gravi, l’organismo del paziente era (ed è) perfettamente in grado di rimettersi da sé, semplicemente perché la persona entrava nello stato mentale di “stare facendo qualcosa” per il proprio benessere. L’effetto placebo è molto potente, ed Hahnemman lo sfruttava senza saperlo, convinto di stare somministrando ai pazienti dei veri farmaci.

Non era un cretino: la scienza, semplicemente, funziona così. Si imboccano vicoli ciechi, ci si accorge di aver sbagliato strada, si torna indietro, si prende un altro sentiero e ci si porta dietro tutto quanto si è appreso dagli errori precedenti, cercando di non ripeterli.

E intanto c’è la pressione dei supervisori, la frustrazione infinita, l’ansia da pubblicazione… vabbè, ma non stiamo parlando di quello, ok?!?
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La bellissima tavola periodica degli elementi di Mendelev, ad esempio, è la lontana discendente delle tavole di classificazioni alchemiche come questa. E non c’è nulla di cui vergognarsi.

Sebbene Hahnemann abbia fornito importantissimi spunti di studio e riflessione ed abbia gettato le basi per il metodo dei trial clinici dei farmaci, è evidente come oggi tutto il sistema di pensiero alla base dei suoi trattamenti sia obsoleto e superato.

Ma non è per i granuli che molte persone si curano con l’omeopatia. Moltissime di queste, anzi, sanno perfettamente che nei granuli non c’è niente.

L’importanza dell’attenzione alla persona

Non è il mio campo e non porterò dati quantitativi in questo senso, quelle che seguono sono per lo più opinioni personali. Ma credo che la differenza fondamentale stia nel rivolgersi ai medici che hanno ottenuto la qualifica di omeopata. Questi (che restano dei medici a tutti gli effetti, è fondamentale tenerlo a mente) rispetto ai propri colleghi sono spesso molto più rassicuranti verso i pazienti ed attenti alla persona, più che alla malattia in quanto tale. In un ambiente sanitario in cui spesso i professionisti sono sbrigativi e a tratti bruschi, gli omoeopati si presentano come disposti all’ascolto del paziente che hanno di fronte. E per molti ciò arriva come acqua fresca nel deserto.

Disclaimer: è ovvio che si tratta di un gruppo umano, e che come tale al proprio interno include eccellenti professionisti e ciarlatani manipolatori, con tutte le sfumature possibili nel mezzo. È anche evidente come la maggiore disponibilità di ascolto ed attenzione rispetto ai medici “non omeopati” possa semplicemente essere frutto di suggestione o, più probabilmente, di un attento “marketing” da parte degli omeopati. È difficile stabilirlo, si tratta di un fenomeno umano complesso; allo stesso modo, sarebbe folle pensare che non esistano, che so, cardiologi che ascoltano e siano attenti a chi hanno di fronte.

L’impressione però resta quella: chi va dall’omeopata lo fa per essere ascoltato e preso in considerazione più di quanto non lo sarebbe nei cinque minuti concessigli dal medico della mutua. O dall’ortopedico che ti becchi al pronto soccorso, gradevole come una supposta uncinata.

L’ultima considerazione potrebbe essere il frutto di esperienze personali.

Credo ci sia abbondante materiale di riflessione per i nostri medici. Ma ho già invaso abbastanza un campo che non mi compete, quindi mi fermo qui. Non prima però di aggiungere che, al netto di tutto, attaccare schernendo chi si rivolge ai trattamenti omeopatici è inutile, dannoso e, oltre una certa soglia, veramente da sfigati.

Pensateci.

In conclusione

Insomma, sinché si è in forze e si parla di raffreddori e non di tumori, non ci vedo nulla di male nell’assumere dei granuli di zucchero convinti di farsi del bene: la sola “coccola” derivante da quell’atto spesso aiuta molto, nel processo di guarigione spontanea.

Non posso però fare a meno di pensare che quello zucchero può costare 1050 Euro al chilo (nel  2011, oggi forse pure di più), e che quei soldi finiscono nelle tasche di chi suggerisce che quello zucchero possiede proprietà che, in realtà, non ha.

Penso inoltre alla “catena umana“, il concetto che introducevo già parlando del Sarin: per vendere quello zucchero (e quei dannati ma bellissimi flaconcini) vengono utilizzati tonnellate di materiali, molta energia per far funzionare i macchinari, un numero imprecisato di camion che lo trasportano alle farmacie e, soprattutto, una gran quantità di tempo di vita e di lavoro di parecchie persone.

Non cerco dei dati precisi perché voglio restare di buon umore.

Ne vale la pena?


GRAZIE di aver letto sin qui! Fatemi sapere che ne pensate nei commenti.

Nonostante in qualche punto mi sia lasciato andare ad un po’ di sarcasmo, non credo che l’approccio duro e sprezzante verso l’omeopatia serva a far cambiare idea a chicchessia (ma è poi necessario?), né, in tutta franchezza, che aiuti ad apparire particolarmente fighi.
Detto questo, linko un articolo di Medbunker sul tema: Salvo di Grazia è invece piuttosto duro al riguardo, però qui illustra bene perché granuli e globuli non possono proprio funzionare.

Di mio, ribatto ancora sul punto che lo scherno rivolto alle persone è, invece, sgradevole e inutile. Dialoghi e letture di quel tenore mi hanno veramente scocciato.

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Sarin

Ciclicamente il Sarin torna alla ribalta delle cronache, principalmente perché ogni tanto qualcuno pensa che sia un’ottima idea spargere in giro un gas letale che ammazza orribilmente persone ed animali allo stesso modo.

Coniglio
Nel dubbio, comunque, vediamo prima che succede al coniglio (foto: Library of Congress)

È andata pressapoco così: nel 1938, in Germania, alla IG-Farben, quattro chimici stavano lavorando alla scoperta di insetticidi più potenti. Effettivamente è un problema: gli insetti sono fra gli animali più resistenti ed adattabili che ci siano al mondo e farli secchi su vasta scala è un problema non indifferente. Nel corso delle ricerche, scoprirono il Sarin.
Tempo un anno e la formula del Sarin venne passata alla sezione per la guerra chimica della Heereswaffenamt, che ne ordinò subito la produzione su vasta scala per l’uso bellico.

Vedi, l’efficienza teutonica.

Il Sarin, però, non venne usato contro le forze alleate nel corso della guerra, principalmente perché la Germania di Hitler non fece in tempo a costruire gli impianti per produrlo in massa. In compenso, dai primi anni ’50 la NATO lo considerò l’arma chimica standard, e sia gli USA sia l’URSS lo produssero a scopi bellici.

Quando arrivano i buoni, in questa storia?

Da allora, quello del Sarin è un racconto di orrori che si ripetono più o meno sempre uguali. A volte dei terroristi lo rilasciano tramite degli ordigni esplosivi. Altre volte a farne uso sono gli eserciti, allora il gas viene inserito all’interno di alcune bombette che a loro volta riempiono la testata di un missile. All’arrivo del missile sul bersaglio, la testata scoppia e le bombette al suo interno rilasciano il gas.
Ci sono alcune variazioni sul tema, ma il concetto è quello.
In ogni caso, è a questo punto che il Sarin può iniziare a dare spettacolo.

Come funziona il Sarin

Per capirlo, occorre spendere due parole su come il sistema nervoso fa funzionare i muscoli. Sarò breve e indolore, giuro.

In pratica, c’è un contatto diretto fra i nervi e i muscoli (se avete studiato sappiate che si parla delle giunzioni neuromuscolari, ma in fondo anche sticazzi). Quando il cervello pensa che sia una buona idea far contrarre il muscolo, deve farglielo capire. Il problema è che i nervi, smart e giovani, usano l’elettricità per comunicare fra di loro, ma i muscoli (che di sicuro non vinceranno mai un Nobel) quel linguaggio non lo capiscono. Allora il nervo, pazientemente, traduce il messaggio elettrico in un linguaggio più semplice, quello chimico: spruzza sul muscolo una sostanza, per così dire un “messaggero”, che il muscolo riconosce, dice “aaaah, capito!” e si contrae.

Per favore, portate via i corpi dei fisiologi che ho ammazzato con questa spiegazione.
Muscolo
…dafuq? (Immagine: NIH)

Tutto molto bello, insomma. Adesso però la robaccia che il nervo ha rilasciato come messaggero è rimasta lì in giro a imbrattare tutto, e il muscolo (che davvero non ce la fa), sinché quella roba è lì continua a stare contratto. Allora, sempre con molta pazienza, interviene una seconda sostanza (che da quelle parti ci sta di casa), un enzima, che senza andare troppo per il sottile spezza la molecola messaggera, facendo sì che quello scemo del muscolo non la riconosca più e la smetta di contrarsi.

Complicato ma, ehi, funziona così. In realtà però è tutto anche piuttosto rapido.

Qua c’è ancora un fisiologo, per me è solo svenuto.

In questo magnifico quadro di armonia&comunicazione, il Sarin si inserisce con la grazia di un punkabbestia che poga duro sotto palco: si butta di prepotenza contro l’enzima

Pogo
Rappresentazione iconografica del pogo, che spero di dover inserire unicamente a beneficio di mia madre (foto: Wikimedia commons)

che degrada il messaggero e gli impedisce di continuare a svolgere il suo lavoro. Finito, basta. E allora la molecola messaggera resta lì, con nessuno che le impedisca di far contrarre il muscolo bersaglio. Muscolo che quindi, comprensibilmente, resta contratto (l’ho detto che non è un genio).

 

Ho finito di violentare il meccanismo degli inibitori dell’acetilcolinesterasi, giuro. Portate dei sali.

Vabbè, e allora? E allora è un problema grave. Perché se un muscolo non si rilassa, di fatto rimane paralizzato. E i muscoli che vengono controllati in questo modo non sono solo i bicipiti da tamarro, ma anche i muscoli involontari.

Tipo quelli della respirazione.

Vedo che iniziate a capire.

Gli effetti del Sarin

Dopo un lasso di tempo che va da qualche secondo a qualche minuto, a seconda della dose e del tempo di esposizione, una vittima del Sarin inizia ad avere difficoltà respiratorie. Il naso cola, gli occhi si riempiono di lacrime mentre le pupille si contraggono. La vittima perde il controllo del proprio corpo, sbava, vomita, gli sfinteri rilasciano. Col passare del tempo (o con dosi massicce), iniziano le convulsioni, che degenerano in paralisi e infine in impossibilità respiratoria.

La morte sopraggiunge per soffocamento perché il riflesso respiratorio involontario semplicemente smette di funzionare.

Se la dose assunta non è sufficiente a portare alla morte, è probabile che la vittima riporti danni neurologici permanenti.
Non vado oltre, è un attimo che si diventa morbosi. Potete approfondire presso la pagina dedicata del CDC.

Perché si usa il Sarin?

Perché si è stronzi, soprattutto.

Per dirla in termini IUPAC.

Dal 29 aprile 1997 è entrata in vigore la Convenzione sulle Armi Chimiche, che vieta la produzione, lo stoccaggio e l’uso di queste sostanze e ne ordina la distruzione. Il Sarin è inserito fra le sostanze della Schedule 1 della Convenzione, che potrei definire “vietatissime”.

Il Sarin non è una delle sostanze in assoluto più tossiche prodotte dall’uomo, i gas della cosiddetta “serie V” ad esempio sono molto più pericolosi e restano nell’ambiente più a lungo. Però è comunque letale ed è relativamente semplice da produrre, tanto che le armi spesso vengono caricate non direttamente col gas, ma con due sostanze dette “precursori”.  I precursori si mischiano fra loro all’esplosione della testata o in volo e danno origine al Sarin direttamente al punto d’impatto. In questo modo vengono risolti anche due dei principali problemi del Sarin: il fatto che si degradi facilmente e i gravi problemi di sicurezza che la sua conservazione pone (vedi la foto del coniglio in alto).

La semplicità di sintesi lo ha reso anche l’arma ideale per la produzione clandestina, che si parli di governi desiderosi di agire in maniera occulta o di sette religiose dedite ad atti terroristici.

Il Sarin ad alta concentrazione rende inutili le maschere antigas, perché penetra la pelle agendo ugualmente. Inoltre impregna i vestiti, sprigionandosi da essi anche per 30 minuti, rischiando di intossicare eventuali soccorritori delle vittime. Soccorritori che peraltro devono essere svelti e bene equipaggiati per essere efficaci: antidoti come l’atropina o la pralidossima vanno somministrati entro brevissimo tempo dall’esposizione, o sarà troppo tardi.

Forse anche questi fatti spiegano perché si usi il Sarin.

In conclusione

Su argomenti come questi, fatti ed argomentazioni possono arrivare sino a un certo punto. I gas nervini e le armi chimiche in generale sono forse una delle dimostrazioni più plateali del fatto che la chimica è una disciplina grandissima, in ogni senso. Così grande da trascendere le nozioni di “bene” e “male” (un po’ come avviene in natura). La chimica, semplicemente, “è”. E il peso dell’utilizzo delle conoscenze che essa fornisce sta tutto nelle nostre mani. Il Sarin è una di quelle cose che questo peso lo prende e ce lo sbatte in faccia.

Nonostante sin qui abbia già emesso molti giudizi palesemente negativi, non credo che la repulsione per le armi chimiche, di cui il Sarin è una delle icone più famose, sia totalmente giustificata.

Certo, la loro azione è indiscriminata e terribile, e la loro messa al bando ha certamente delle ottime ragioni dalla propria parte.

Dal mio punto di vista, però, qualunque strumento sviluppato specificamente per togliere la vita a qualcuno è fonte di un orrore sbalorditivo. Ecco, in casi come questo rimango affascinato dalla mostruosità di quella che chiamo la “catena umana“: per ognuno di questi strumenti ci devono prima essere degli scopritori, poi politici e militari che ne ordinano lo studio e la produzione, ingegneri che ne ottimizzano le tecniche di rilascio, tecnici più o meno specializzati che concorrono a mettere insieme le armi vere e proprie. E tutti coordinano e uniscono i propri sforzi nella produzione di mezzi di distruzione dei propri simili.

In quest’ottica, fa davvero molta differenza che si tratti di gas o di esplosivi?


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La natura è un posto orribile

Proprio così.

A mio modo di vedere, l’equazione “naturale uguale buono” è uno dei concetti più odiosi e volgari che esistano: la natura è una giungla orrenda, dove ognuno non fa altro che pensare ossessivamente alla propria sopravvivenza. E se questo significa far sì che tutti gli altri periscano, oh beh; ben venga. Non c’è nulla di intrinsecamente buono, salutare o innocuo nella chimica naturale. La natura è solo un covo di bastardi, dove ciascuno ti fa la pelle appena può, spesso producendo gli intrugli più micidiali.

E fonti sicure mi dicono che gode, nel farlo.
Quello che si dice una introduzione pacata ed argomentata.

Il male microscopico

Il clostridio del botulino è un batterio che ha deciso di non andare troppo per il sottile, producendo la tossina più potente conosciuta dalla nostra specie: in media basta iniettarne in vena 115 miliardesimi di grammo e mezzo per far secco un uomo adulto. Andiamo, è una quantità ridicolmente piccola, impossibile da visualizzare – quanto è un miliardesimo di grammo?

L’aspergillo giallo e colleghi sono su un altro livello. Saranno anche solo muffe, ma la loro aflatossina B1 è la sostanza che batte tutti in malvagità: non si limita ad essere uno dei carcinogeni epatici più potenti conosciuti (esatto, è una sostanza che serve ad indurre il cancro al fegato) se presa a piccole dosi, ma in dosi elevate causa semplicemente la morte dei tessuti del fegato prima e magari anche dell’individuo poi. In particolare fa effetto sui bambini. E tanto per estrinsecare la sua natura di creazione del male, viene distrutta dalla luce del sole.

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Il mio regno del terrore termina qui, ma non illudetevi! Altri verranno!

Sfruttare la paura

I serpenti non stanno certo a guardare mentre batteri e funghi fanno i grossi producendo tossine tremende – tra di essi mi piacciono in particolare i crotali adamantei (ma sì, i serpenti a sonagli), autori di un veleno che trae lunghe sorsate dal calice della malvagità più raffinata: fra i suoi molti effetti, fa morire rapidamente i tessuti colpiti e inibisce la coagulazione favorendo nel contempo il sanguinamento. Una delle sue componenti reagisce con una delle sostanze delle membrane dei globuli rossi, liberando delle molecole che li fanno scoppiare in una reazione a catena. Ma soprattutto “trucca” il sistema nervoso della vittima, favorendo il rilascio della bradichinina, la sostanza che causa il dolore. Non basta loro fabbricarsi in casa i veleni, sfruttano la chimica altrui per fare del male, i bastardi.
E questo buffet di sgradevolezze si diffonde e aumenta se il battito cardiaco della vittima aumenta; perché il serpente sa benissimo che se uno viene morso da un mostro strisciante, beh, sorpresa sopresona: avrà paura. E la paura fa aumentare il battito cardiaco.
Capito?
Inietta roba che sfrutta il dolore e la paura della vittima.

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E mi nutrirò anche della tua anima.

Comunque il crotalo adamanteo ha un veleno molto meno potente di quelli citati sinora: ne servono 150 millesimi di grammo per uccidere un uomo.
Per non sbagliare, ne inietta quasi il triplo.
Almeno.

La giungla degli orrori

“A base di ingredienti di origine vegetale”… è una bella dicitura, eh? È rassicurante. Io la trovo rassicurante.
E in effetti è una immagine rassicurante, questa delle piantine sotto il sole caldo, imperlate di rugiada fresca.
A sbattersi a sintetizzare composti per cui utilizzano nutrienti preziosissimi, aspettando solo che tu arrivi lì, a coglierle con la tua manona goffa, per tritarle, spremerle, metterle a macerare in olio, alcol o chissà che altra schifezza. E magari a ringraziarti, nel processo.
“Goditi il tuo detergente intimo alla calendula! Io e le mie sorelle ci siamo fatte cogliere volentieri, per te!”
Come no.
Li ha fatti proprio per te, i flavonoidi.

Col cavolo. Le piante quella roba la producono per sé. E spesso lo fanno per ammazzare. Le piante vi odiano, e vi accopperebbero se potessero.
E spesso possono.

E god... no, l’ho già detto.

Com’è che funziona? Vedetela dal punto di vista della pianta: se arriva qualcuno che se la vuole, che so… mangiare, non è che abbia molte possibilità di fuggire. Quindi le piante hanno evoluto molti sistemi che rendano il mangiarle una pessima idea. O anche l’ultima idea che qualcuno possa avere. Specie se ha sei zampe.

Manipolati dalle mele

Ma non esageriamo, basta con i veleni che poi si finisce sempre a parlare di cicuta, di digitale e compagnia bella: avete presente il tannino? Quella sensazione di allappamento in bocca, dopo un bel bicchiere di rosso?
Ecco, quelle sono le proteine della vostra saliva che, sotto l’effetto dei tannini, si aggregano fra di loro e precipitano. Al suolo (sulla lingua, vabbè). Inutili. Sono proteine che servirebbero a digerire. E invece niente. Macchine rotte.
Ottimo, i tannini fanno quella roba anche agli enzimi che vi permettono di digerire (l’acido da solo non basta). E sono presenti pure nella frutta acerba, ma (di solito) non in quella matura.
Capita la storia? La pianta vuole che voi mangiate i suoi frutti, in modo da spargere poi in giro i semi. Ma non prima che questi siano pronti. Così riempie di tannino i frutti acerbi, in modo che mangiarli sia una pessima idea se uno non vuole finire di digerire una settimana dopo, e lentamente li fa sparire man mano che i frutti maturano, con i loro semi belli pronti per essere sparsi per il globo.
Esatto.
Le mele ci usano.

Pinochio2_1940
Il burattinaio è quello rosso e tondo.

Ma seriamente…

Va bene, mi sono divertito abbastanza.

Non è vero, continuerei per pagine e pagine.

Ma proseguire non servirebbe: questa carrellata serviva a mostrare qualche esempio di come là fuori sia pieno di sostanze perfettamente naturali che a tutto servono fuorché al benessere di qualche scimmia senza pelo. Molte delle sostanze che estraiamo dalle piante, ad esempio, sono fatte per uccidere o inibire potenziali predatori, e solo per un fortuito caso (o “per analogia strutturale”, ma non stiamo lì a usare paroloni) possono essere utilizzate per derivarne, che so, dei farmaci. L’intero concetto di “naturale” è estremamente difficile da definire: in chimica una sostanza è “naturale” semplicemente se esiste in natura – e in effetti non c’è differenza fra lo zucchero estratto dalla barbabietola e quello sintetizzato in laboratorio.

Ok, il secondo costa molto di più, ma son dettagli.

E il giurista è d’accordo. Spesso si può trovare il caffè decaffeinato “con metodo naturale” – cioè con una sostanza esistente in natura, questa:

139-0002_Aceto_di_etile_puro_5l_
Tò, beccati ‘sta botta di natura.

Perché l’acetato di etile in effetti si ritrova, naturalmente, anche nell’aceto. Ma non significa che tutto quello utilizzato sia estratto dall’aceto – né che ci sia qualche differenza fra questo e quello del tanicone.

Una questione di rispetto

Con questo non intendo affatto sostenere che valga l’equazione contraria “naturale=fuffa”, né “sintetico=buono”. Molte sostanze artificiali, vale a dire prodotte esclusivamente dall’azione dell’uomo, si sono rivelate pericolose in maniere imprevedibili, o difficili o impossibili da smaltire nell’ambiente. Proprio perché “non naturali”, ma “figlie di artificio”.
D’altro canto, l’enorme quantità di prodotti del metabolismo degli organismi, in primis delle piante, rende ad esempio certamente meno prevedibile l’effetto degli estratti naturali rispetto a quello dei farmaci di sintesi. Perché un estratto può contenere un gran numero di molecole farmacologicamente attive, mentre la composizione di un farmaco è perfettamente nota.

Ho definito “volgare” il concetto “naturale=buono” perché la natura è un fenomeno estremamente complesso, che va ben al di là dei concetti estremamente antropocentrici di “bene” e di “male”. Ridurla a “buona e bella” equivale a sminuirla in maniera per me inaccettabile. La complessità va accettata e cercata di comprendere, non certo barbaramente semplificata con qualche odiosa formuletta; districarla costa fatica ed impegno, ma ripaga con un bene preziosissimo: la comprensione. Che a sua volta conduce all’amore.

I serpenti su cui ho scherzato sono animali effettivamente letali, che certamente non causano dolore per trarne piacere, ma banalmente perché devono farlo. Per sopravvivere a loro volta. Non per questo sono meno affascinanti o degni di rispetto. Ecco, rispetto: un approccio essenziale, che merita di essere riservato sia alla Vita, con la maiuscola, sia agli sforzi immensi che l’uomo impiega nel cercare di capire i processi alla base dei meccanismi molecolari.

E che portano spesso a risultati meravigliosi.


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Qui ho solo sfiorato la superficie, se vi interessa approfondire Internet è una prateria sterminata. Sul tema della tossicità tempo fa è apparso un articolo molto più serio di questo sul sito dell’associazione Chimicare a firma di Nicole Ticchi, mentre su fruttosio naturale e artificiale c’è un agile video dell’ottimo Dario Bressanini.
Segnalo infine lo splendido blog Erba volant di Renato Bruni, tutto su piante e sostanze che da esse si ricavano.

Le miracolose proprietà del corno di rinoceronte

Thandi
Thandi è sopravvissuta ad un attacco dei bracconieri. Quasi nessuno dei suoi simili è così fortunato. (Foto: Grahamstown)

Questo primo quarto del 2017 verrà ricordato per alcune azioni di bracconaggio di una violenza spaventosa.

Tutto inizia la notte fra il 20 e il 21 febbraio. Alcuni bracconieri assaltano l’orfanotrofio per rinoceronti Thula Thula a KwalaZulu Natal, Sud Africa: riescono a sopraffare la guardia armata, sparano ad un giovane rinoceronte orfano, gli segano via il corno; poi strappano anche quello di un altro piccolo, lasciandolo con ferite così orrende che dovrà essere soppresso. Quindi aggrediscono e rapinano lo staff.

Un paio di settimane dopo, parco zoologico di Thoiry, circa 50 chilometri ad ovest di Parigi, Francia: i bracconieri si introducono nottetempo nel parco, uccidono il rinoceronte Vince e riescono a portarsi via uno dei suoi corni. È il primo caso mai registrato di bracconaggio di un rinoceronte in uno zoo, nel cuore dell’Europa.

Un massacro alimentato dalla leggenda

Questi due casi, abbastanza scioccanti, esemplificano bene il livello di frenesia in cui da qualche anno a questa parte è entrata la caccia di frodo ai danni dei rinoceronti. Fino al 2007, in Sud Africa venivano uccisi più o meno 13 rinoceronti all’anno (e vabbè); ma dal 2008 a fine 2016, i bracconieri hanno ucciso 7115 rinoceronti sul territorio sudafricano. Nel 2013 i rinoceronti sono stati dichiarati (di nuovo) estinti in Mozambico, ed un paio di anni prima la stessa sorte è toccata ai rinoceronti di Giava del Vietnam.

Che cavolo è successo?

“Eh, li venderanno ai cinesi che…”
E invece no. E’ vero che il corno di rinoceronte (o “Xi Jiao”) è uno dei rimedi della farmacopea tradizionale cinese, ma dal 1997 questo è stato ufficialmente sostituito nelle preparazioni, e la Cina ne ha vietato il commercio. E da allora la domanda è crollata.

Il grosso della domanda proviene dal Vietnam.

Intorno al 2005-2006, in Vietnam ha cominciato a spargersi la voce che un non meglio precisato politico sia guarito dal cancro grazie al corno di rinoceronte. Da allora questa voce si è sparsa in maniera incontrollata, probabilmente illudendo molti vietnamiti disperati. Curiosamente, nella medicina tradizionale cinese lo Xi Jiao non serve affatto a far guarire dal cancro (pag.23), ma è indicato per molti altri usi, tra cui soprattutto per il trattamento della febbre e per la sua azione detossificante.

Più che a peso d’oro

Da questo al “lo bevo per farmi passare la sbornia” il passo è breve. Specie in un Paese in cui

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Il corno viene tritato in queste ciotole dal fondo ruvido, poi vi si aggiunge semplicemente un po’ d’acqua e la sospensione che ne esce fuori viene bevuta. Trovo che il dettaglio del rinoceronte dipinto sul bordo ingentilisca il tutto. (Foto: PRI)

il numero dei multimilionari è più che raddoppiato dal 2008 al 2013: il corno di rinoceronte polverizzato è diventato di moda, nelle serate dei ricchi vietnamiti. Di più: è ormai uno status symbol e viene utilizzato come dono per ingraziarsi soci d’affari o funzionari pubblici.
“Beh, certo, e poi lo usano quelli a cui non tira il…”
NO! Questo è interessante: il Compendio di materia medica di Li Shizhen, il testo fondante della medicina tradizionale cinese, non prevede affatto che il corno di rinoceronte venga usato a scopi afrodisiaci. E’ una leggenda che ha iniziato a circolare negli anni’80, proprio nel mondo occidentale.
Solo che recentemente i vietnamiti hanno finito col credere alle nostre dicerie… e adesso si è aggiunto pure l’uso afrodisiaco, ai motivi per cui in Vietnam la richiesta di corno di rinoceronte è schizzata alle stelle – e con essa, il rischio che di questi animali rimanga solo il ricordo.

Bravi tutti.

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Tutto questo ha fatto salire alle stelle il prezzo del corno di rinoceronte. I bracconieri possono venderlo per migliaia di dollari al chilo ai trafficanti, che poi lo rivenderanno sul mercato nero asiatico con guadagni stratosferici: il prezzo finale può arrivare a 100.000 dollari al chilo e un singolo corno pesa in media 13 kg.

Mentre scrivo, l’oro costa poco meno di 40.000 dollari al chilo.

La specie umana non smette mai di stupirmi.

La chimica del corno di rinoceronte

Ora.

Abbiamo detto che un corno di rinoceronte vale una quantità incredibile di denaro perché fa figo (e ok) e perché si dice che possa curare, fra l’altro:

– sbornia
– febbre
– cancro

Da un punto di vista chimico, un corno di rinoceronte è costituito principalmente da:

  • calcio
  • melanina

e soprattutto

  • cheratina

Con ordine.
Il calcio fa bene alle ossa, e ok.  Ma non cura il cancro, né la sbornia, né fa passare la febbre.

Di sicuro non rende fighi, tra l’altro.

La melanina è un pigmento, cioè una sostanza colorata… esatto, quella che rende pelle e capelli colorati. L’aumento di melanina è anche la causa dell’abbronzatura. Comunque, la melanina non guarisce il cancro, anzi ironicamente in certe circostanze può addirittura provocarlo.

Resta la cheratina. Questa è una proteina; e le proteine sono sostanze fantastiche, eh! Gigantesche molecole prodotte dagli organismi che possono fare… beh, un po’ di tutto. Nella maggior parte dei casi agiscono da microscopiche “macchine”, che rendono possibili delle reazioni chimiche, sintetizzando nuove molecole più piccole, oppure dividendole, o ancora cambiando loro forma.
Alcune proteine, però, hanno un ruolo che si dice “strutturale”: semplicemente, “costruiscono” l’organismo – il collagene ne è l’esempio perfetto.

Bene, la cheratina è una proteina strutturale. Avrete probabilmente già sentito dire che è la stessa di cui sono fatti i peli e le unghie… e in effetti è proprio così.

Sembrerebbe, insomma, che ingerire del corno di rinoceronte sia più o meno come mangiarsi le unghie.

Yum
Hmmmmm… puoi proprio sentire quel sapore a metà fra le ossa e le unghie. (Fotogramma da Lloyd-Roberts, Bloody rhino horn trade in Vietnam, 2014)

Ma, ehi, aspetta, potrebbe non essere così. Potrebbero esserci delle altre sostanze, magari non individuate sinora, che guariscono e detossificano. Magari stiamo sottovalutando, che so, la melanina… bisognerebbe fare degli studi. E gli studi sono stati fatti. E sapete che c’è?

Alla prova dei fatti, il corno di rinoceronte funziona. 

I miracoli del corno di rinoceronte

Esatto. Uno studio cinese del 1990 ha scoperto che, iniettando una sospensione di corno di rinoceronte nel peritoneo di alcuni ratti, questo abbassava loro la febbre.
Una quantità enorme di corno. Che faceva effetto dopo quattro ore, per poi fare tornare la temperatura a livelli normali. Lo stesso effetto era ottenuto con altri tre tipi di corna, peraltro.
E, gente, stiamo parlando di iniettarsi questa roba in pancia.

Ah già, gli effetti ottenuti si possono benissimo ottenere con metodi molto più semplici ed economici (e meno sgradevoli, direi).

Erhm… è tutto, temo. Non molto, mi sa. E il cancro? Nope. Niente.
Tutto quello che abbiamo è uno studio di dimensioni mostruose apparso sul Journal of Anatomy che ci dice che l’unico tipo di cheratina che abbia circapiùomenoquasi a che fare col cancro è la cheratina K23.
Che non si trova nel corno del rinoceronte, ma nelle cellule del pancreas umano. E comunque ogni proteina ingerita viene scomposta in aminoacidi, i “mattoni” che la costituiscono, e smette di funzionare.

Non vi offendo andando avanti con la storia dell’antisbornia: in breve, no. Nope. Niente.

Penso di potervi convincere anche senza ricorrere alla chimica: se il corno del rinoceronte funzionasse davvero, state pur certi che le multinazionali del farmaco starebbero già allevando i rinoceronti a migliaia ed io non starei certo scrivendo del rischio che si estinguano.

Peccato, perché sarebbe fantastico. Anche perché il corno del rinoceronte, se viene tagliato a dovere, ricresce. Ma i bracconieri uccidono gli animali anche perché, col ridursi del loro numero, anche i corni diventano sempre più rari, dunque il loro prezzo si alza.

Speculano sull’estinzione di una specie.

white rhino badass guards
Io, comunque, a questi non andrei a rompere le scatole.

L’altra faccia della medaglia

Una volta analizzatala per intero, la storia appare surreale: da un lato ci sono degli asiatici che pagano cifre folli per dei pezzi di corno senza alcuna proprietà medicamentosa. All’altro capo della catena, dei cacciatori di frodo che sterminano volutamente uno degli ultimi grandi mammiferi rimasti sulla faccia della Terra per guadagnare cifre notevoli. E in mezzo dei trafficanti senza scrupoli, che truffano migliaia di persone lucrando somme gigantesche sull’estinzione di queste creature.

Sono state proposte diverse soluzioni, dalla controversa legalizzazione del commercio, che dovrebbe portare ad un maggiore controllo sul numero degli abbattimenti, allo sviluppo di corni artificiali del tutto simili a quelli naturali, in modo da inondare il mercato per far crollare i prezzi e scoraggiare la caccia di frodo. Al momento, però, tre delle cinque specie di rinoceronte sono sull’orlo dell’estinzione.

E tutto per un inutile cumulo di peli induriti.

La verità, però, è sempre sfaccettata: negli ultimi anni, in Vietnam si sta assistendo ad un aumento spaventoso del numero di diagnosi di cancro, con circa 125000 nuovi casi e 95000 morti all’anno. E tutto questo in un Paese che, nonostante sforzi ammirevoli, non è ancora attrezzato ad affrontare l’emergenza con i mezzi davvero efficaci: il Viet Nam National cancer hospital tratta circa 5000 pazienti al giorno, ma dispone di due sole macchine per la radioterapia, che funzionano 18 ore al giorno.

Quel che è peggio, è che il 70% circa delle diagnosi è di tumori al terzo o al quarto stadio. A quel punto, i medici vietnamiti possono tentare solo cure palliative. E’ comprensibile che per queste persone la morte di un animale lontano valga bene una flebile speranza.

Una speranza, purtroppo, che conduce solo ad una inutile tragedia.


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Visto che avete letto fino alla fine questo articolo così deprimente, avete vinto il video di un cucciolo di rinoceronte che vede la neve per la prima volta.

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C’è una quantità sterminata di fonti al riguardo. Oltre a quelle già indicate lungo l’articolo segnalo altri due splendidi articoli, uno del Time ed uno dell’Atlantic.

Indico quindi un video ad opera di Trace Dominguez di Seeker che mi è stato di enorme aiuto nel rintracciare le fonti medico-chimiche. C’è poi un bellissimo reportage di Sue Lloyd-Roberts della BBC News sullo spaccio dei corni di rinoceronte in Vietnam.

In italiano c’è un video de Le Iene incentrato sul bracconaggio in Namibia, girato assieme all’associazione italiana AIEA. Inoltre è apparso su Query Online un articolo molto più serio di questo, a firma di Sofia Lincos.